Secondo una ricerca socio-demografica, chi colleziona acquisti nei negozi di abbigliamento prova un piacevole (ma effimero) senso di euforia, anche se poi la metà dei nuovi capi resterà nell’armadio. Il che, indirettamente, danneggia l’ambiente. Parola di Greenpeace
Mancano meno di due mesi ai saldi estivi, quando i negozi saranno presi d’assalto da migliaia di donne a caccia dell’occasione “che non si può perdere” per poi rientrare a casa piene di pacchi, buste e sacchetti. Ebbene, pare che per almeno metà di loro si tratterà di spese inutili.
Secondo una ricerca commissionata da Greenpeace, infatti, una donna italiana su due avrebbe confessato di aver comprato capi d’abbigliamento che non le servivano, aggiungendo di avere nel proprio armadio molti vestiti acquistati e in realtà mai indossati. Il bisogno irrefrenabile di fare acquisti a prescindere dalla effettiva necessità è quasi una patologia, definita shopping compulsivo. Ma qual è la molla che lo fa scattare?
La già ricordata ricerca ha cercato di appurarlo giungendo a sorprendenti conclusioni, a cominciare dalla prima motivazione, citata dal 54% per cento delle interpellate: fare acquisti sarebbe la più efficace arma contro la noia. Per il 48% lo shopping rappresenta anche un rimedio contro lo stress della vita quotidiana, nonché un valido ricostituente della condizione psicofisica perché uscire da un negozio tenendo tra le mani un sacchetto con dentro una gonna o una camicetta produce un senso di euforia e di soddisfazione, facendo dimenticare per qualche istante le preoccupazioni della vita privata o professionale.
Già: per un attimo. Perché pare che euforia e soddisfazione sfumino ben presto, lasciando il posto a un rinnovato senso di insoddisfazione, quando non di vera e propria preoccupazione, che si manifesta in particolare modo quando si ha il timore di aver speso troppo.
Insomma, l’indagine commissionata da Greenpeace non sembra molto favorevole allo shopping, a prescindere dal fatto che sia compulsivo. Ma questa messa in guardia ha una ragione, valida anche per spiegare come mai un’associazione che si batte essenzialmente in difesa dell’ambiente si sia preoccupata degli acquisti della gente. Greenpeace dal 2011 è promotrice di una campagna, denominata Detox My Fashion che si propone di convincere i grandi marchi della moda ad adottare una produzione quantitativamentee minore, ma qualitativamente migliore, con benefici sia per gli acquirenti che per l’ambiente. Secondo i dati forniti dall’associazione internazionale l’industria del fashion è tra i settori produttivi più inquinanti al mondo perché utilizza molte sostanze chimiche nocive, nonché fibre sintetiche come il poliestere che rende difficile il riciclo dei capi di abbigliamento a fine vita.
Per ora alla campagna hanno aderito H&M, Zara e Benetton che hanno eliminato le sostanze tossiche dalle loro filiere e si impegnati a controllare che i propri fornitori non scarichino sostanze chimiche nell’ambiente. Ma Greenpeace confida di poter presto allargare il fronte al mondo della moda nella sua globalità. Nel frattempo invita, naturalmente, a conciliare consumismo ed ecologia. Chi avrebbe immaginato che scegliere un negozio piuttosto che un altro per lo shopping potesse avere ripercussioni così importanti non solo sulla disponibilità della propria carta di credito ma anche sul destino del Pianeta Terra?
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