Davanti a un bivio che può cambiare la nostra vita abbiamo spesso paura di prendere la decisione sbagliata. Eppure, basterebbe imparare ad ascoltarci nel profondo
Ogni volta che mi trovo a dover affrontare una scelta, sono angosciato dalla paura di sbagliare. Come posso evitare che il timore di essere vittima in futuro dei rimorsi per la scelta che faccio oggi finisca per condizionarmi e per togliermi lucidità? Marilena – Pavia
Nella nostra vita siamo continuamente obbligati a scegliere, e si può dire che sia proprio questa una delle caratteristiche principali dell’adultità, ovvero della nostra condizione di adulti. Che si tratti di decidere su questioni di poco conto (per esempio, che cosa indossare o come trascorrere il tempo libero) o su quesiti importanti (per esempio, quale proposta di lavoro accettare o che terapia seguire per curare una malattia), una scelta è inevitabilmente obbligatoria, e non è sempre facile.
Le scelte che ci mettono più facilmente in crisi sono naturalmente quelle che mettono di fronte a un bivio che può cambiare radicalmentela nostra vita. Ci sono addirittura persone che, pur di non affrontarle, demandano ad altri la scelta che spetterebbe a loro, pensando così di mettersi al riparo dai sensi di colpa per eventuali conseguenze negative.
Già, perché l’atto di “scegliere” implica l’assunzione della responsabilità delle conseguenze che ne derivano. Chi fa una scelta in prima persona rischia, a un certo punto della sua vita, di dover fare i conti con il famigerato “senno di poi”, che si manifesta con la fatidica domanda: “Se avessi fatto una scelta diversa, la mia vita ora sarebbe migliore?”. Tralasciando, in genere, di prendere in considerazione l’ipotesi che la sua vita avrebbe anche potuto essere peggiore.
In realtà, la nostra ragione ci dice che questa domanda è di per sé assurda e priva di risposta, dato che non potremo mai tornare indietro e sperimentare le conseguenze della scelta opposta. Quello che possiamo fare è “lavorare” sul presente e sul futuro.
Cominciamo a considerare l’atteggiamento che assumiamo quando dobbiamo fare una scelta e prendere una decisione: ci concediamo del tempo per vagliare bene i “pro” e i “contro” sforzandoci di pensare in maniera razionale e di non lasciarci travolgere dalle emozioni del momento. Questa prassi ci dà l’illusione di avvicinarci il più possibile al giusto. Ma ciò che ci sembra giusto in un determinato momento della vita può non apparirci più tale dopo qualche anno, perché nel frattempo noi siamo cambiati, non siamo più gli stessi.
Quale potrebbe essere allora la domanda fondamentale da farci prima di prendere la nostra decisione? Forse chiederci, attingendo al sentimento e non alla logica, qual è la scelta che corrisponde davvero ai nostri desideri più profondi. Quindi, forse, è proprio la dimensione del desiderio la chiave per sapere, come scrive Gerd B. Achenbach “qual è la cosa giusta da farsi in ogni singola situazione: questa è la virtù e questo è l’unico modo per sapersi orientare nel mondo”.
Etimologicamente la parola “desiderio” deriva dal latino ed è composta dalla preposizione “de”, che in latino ha sempre un’accezione negativa, e dal termine “sidus” , che significa “stella”. Desiderare significa quindi letteralmente “mancanza di stelle”, ovvero avvertire l’assenza di buoni presagi. Ecco quindi che, per estensione, il desiderio implica un sentimento di ricerca appassionata. Per arrivare a capire qual è il nostro desiderio, dobbiamo “ascoltare” la parte più istintiva e piu profonda di noi, quella che si mantiene invariabile nel tempo, quella che non si fa imbrigliare dal mondo circostante e che ci libera dalle aspettative degli altri e dai falsi miti che magari ci siamo costruiti seguendo desideri che in realtà non ci appartengono. Io credo che sia questo il trucco per imparare a scegliere e per metterci quanto più possibile al riparo da futuri rimpianti.
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