RIFLESSI DI CINEMA

“Il pianeta delle scimmie” noi lo abitiamo già

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Il blockbuster più bello e più cupo dell’estate, remake del celebre film con Charlton Heston, affronta molti dei conflitti in cui ci dibattiamo oggi, dalla convivenza col diverso al terrore del contagio. E viene voglia di risalire sugli alberi da dove la visione del mondo è meno ristretta

 

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THE WAR – IL PIANETA DELLE SCIMMIE locandinaTHE WAR – IL PIANETA DELLE SCIMMIE
4 stelle

 

di  Matt Reeves
con Gabriel Chavarria, Woody Harrelson, Andy Serkis, Steve Zahn, Karin Konoval, Amiah Miller


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Inizia come 2001 Odissea nello spazio, prosegue alla John Ford di Sentieri selvaggi e termina trionfale con Apocalypse now, chiudendo poi il cerchio, di nuovo, con le scimmie del capolavoro di Stanley Kubrick. 140 minuti di film possono essere molti e lo sono, ma possono anche essere ben spesi. Questa è una di quelle volte in cui esci dal cinema non con la sensazione che ti sia stato rubato del tempo, come diceva Wim Wenders, ma con quella confortante di esserti arricchito.

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The war – Il pianeta delle scimmie
è epico fin dai titoli di testa, anzi, ancora prima, dal logo dorato della Twenthy Century Fox la cui sigla tradizionale è arrangiata a misura di primate, con sonorità da foresta delle origini.
La storia della saga la conoscete? Il film capostipite del 1968 con Charlton Heston l’avete visto? E i recenti remake? Va be’, un essenziale riassunto: tutto prende le mosse dalla diffusione di un virus che sperimentato sulle scimmie le fa diventare man mano sempre più intelligenti e quindi umane, condensando in pochissimo tempo e in un unico individuo un’evoluzione di centinaia di migliaia di anni. Fin dalle prime scene di questa terza puntata della nuova serie in parte infedele all’originale si respira un’atmosfera da macchina del tempo, che si sposta dalle origini dell’umanità per raggiungere un futuro apocalittico da cui – forse – tutto può di nuovo ricominciare. In mezzo una meraviglia per gli occhi e per la mente, in cui affiorano i mille dubbi della vita stessa.


In questo episodio – che certo non può essere l’ultimo – i buoni e i cattivi si fronteggiano da ambedue i lati. Ci sono uomini buoni (ma non li vediamo) che si operano per una pacifica convivenza con i primati sempre più evoluti, scimmie parimenti pacifiste, e umani inferociti decisi a sterminare gorilla et similia (“l’unica scimmia buona è quella morta”, è la scritta che campeggia sull’elmetto di uno dei combattenti, veri “apes killer”). Ci sono poi scimmie cattive e persino collaborazioniste. Insomma, niente di diverso da quello che succede nel genere umano.

the war pianeta scimmie
Cesare, la scimmia eroe della saga, è a capo di un manipolo di primati buoni, il classico gruppo di caratteri misti come nella diligenza di Ombre rosse. Uniti e solidali percorrono a cavallo (come nel film di Charlton Heston) una prateria innevata per stanare l’uomo che ha ucciso la compagna e il figlio di Cesare, che man mano sviluppa sentimenti sempre più umani e quindi contraddittori, dove gli ideali più puri si sporcano con la voglia di vendetta, la rabbia e si colorano con il tarlo del dubbio, mentre sottotraccia serpeggia un nascente un senso di colpa che si apparenta col peccato originale.

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Il cattivo ha la faccia intensa di Woody Harrelson che ha costruito il suo personale colonnello Kurtz, uno dei sogni di qualunque attore col mito dell’Actor’s studio e della grande Hollywood: ha lo stesso sguardo ieratico del Marlon Brando di Apocalypse now, lo stesso cranio rasato e lucido ed è inquadrato con una mano alla Francis Ford Coppola. Al suo comando un esercito di soldati adoranti che lo hanno reso un semidio. Eppure nel Colonnello non c’è solo la perfidia ma anche quella folle idea di essere nel giusto che anima certi predicatori. Il senso di giustizia che lo guida non arretra davanti a niente, può materializzarsi nelle forme più atroci e non si ferma neanche quando lui stesso può diventarne vittima.

the war pianeta scimmie woody harrenson
Come nei western degli anni d’oro al gruppo delle scimmie vendicatrici si unisce lungo la strada l’innocente, una bambina dal nome profetico di Nova: uno sguardo limpido come la Valeria Ciangottini di La dolce vita, una fede nel futuro come Jean Pierre Léaud davanti al mare in I 400 colpi.
Nova sta sviluppando una sindrome che rende molti umani sempre più simili alle scimmie facendo perdere loro la parola e forse la memoria: è da lei che l’umanità potrà ripartire?
Infarcito di citazione cinefile dai grandi film del passato si chiude con l’apoteosi di una catastrofe in cui fanno la loro comparsa anche gli elicotteri di Apocalypse now e tanto altro che sarebbe un delitto rivelare. Nei suoi 140 minuti il blockbuster più bello e più cupo dell’estate riesce ad affrontare molti dei conflitti in cui ci dibattiamo oggi. Primo fra tutti la convivenza col diverso e il terrore del contagio, accumula caratteri complessi e lotte interiori, mostra una natura meravigliosa costantemente sotto attacco e accompagna lo spettatore senza stordirlo a colpi di adrenalina ma giocando piuttosto sui tempi dilatati dei western alla Sergio Leone.

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The war – Il pianeta delle scimmie
racconta un’umanità al cospetto di una scelta epocale, in bilico fra l’arcaico intatto ammantato di divino, quello del monolite di Kubrick e un futuro tragico alla Mad Max dove tutto potrebbe essere distrutto e rigenerato, ritrovando l’innocenza originaria.
140 minuti di cui non vi pentirete e chissà che non vi venga voglia di risalire sugli alberi. In fondo dall’alto si ha una visione meno ristretta del mondo.

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