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Povera (si fa per dire) Veronica: deve ridare 46 milioni a Silvio

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Una sentenza d'Appello ha stabilito che la Lario non potrà più percepire dall'ex marito il faraonico assegno mensile che le era stato riconosciuto dal tribunale e in più le tocca restituire a Berlusconi il denaro già ricevuto. Diventa operativa la decisione della Cassazione che a maggio stabilì per l'ex coniuge l'obbligo di garantire alla moglie solo l'autosufficienza, indipendentemente dal tenore di vita precedente

 

Povera Veronica Lario! Le tocca rinunciare all’assegno mensile di 1,4 milioni che l’ex marito Silvio Berlusconi le versava per gli… alimenti. E in più dovrà pure restituirgli la somma già percepita di 43.345.600 milioni di euro e, come se non bastasse, rifondergli pure 44.250 euro (che a questo punto sembrano bruscolini) di spese processuali. Si chiude così la lunga vicenda giudiziaria tra l’ex presidente del Consiglio e l’ex attrice, al secolo Mariam Bartolini: con una sentenza della Corte d’Appello che cancella l’assegno fissato il 22 giugno 2015 dal Tribunale di Monza dopo il divorzio sancito nel marzo del 2014.
Una sentenza che desta curiosità e commenti di ogni genere per le somme di cui si parla, ma che non è una sorpresa. Già nel maggio scorso, infatti, si era registrata una novità, quando la Corte di Cassazione aveva stabilito che la cifra dovuta dall’ex marito alla moglie da cui si è separato non verrà più calcolata sul tenore di vita durante il matrimonio andato in fumo, ma sull’autosufficienza economica della donna stessa. Questa sentenza – frutto del ricorso dell’imprenditrice Lisa Lowenstein contro l’ex marito Vittorio Grilli, che fu ministro nel Governo presieduto da Mario Monti – ha annullato, di fatto, la possibilità, nei casi più clamorosi, che si arrivi a parlare di cifre a sei zero (come appunto l’assegno di 1, 6 milioni di euro versato a Veronica Lario da Silvio Berlusconi o i 15mila euro di Gigi D’Alessio a Carmela Barbato).
Ma ora si andràanche  oltre e da una sentenza si passerà, forse, a una legge dello Stato. La deputata Donatella Ferranti, del Partito Democratico, presidente della commissione giustizia della Camera, ha infatti presentato una proposta legislativa che modifica l’articolo 5 della normativa 1970, in base al quale si stabiliva l’obbligo di mantenimento per l’ex coniuge quando quest’ultimo non dispone di mezzi adeguati.
“In base alla sentenza della Cassazione”, ha spiegato l’onorevole Ferranti, “l’ex coniuge può pretendere solo gli alimenti, senza che si possa fare alcun riferimento al rapporto matrimoniale ormai estinto. L’obiettivo è evitare abusi, che cioè si utilizzi un divorzio per conseguire finalità di arricchimento personale a spese dell’altro”.
Si tratta da una svolta epocale, frutto del cambiamento dei tempi che vede un numero sempre maggiore di donne avere una propria vita professionale e quindi anche una loro autonomia economica. In altre parole, il matrimonio non può più essere visto come una “sistemazione definitiva”, ma piuttosto come un atto di libertà e di autoresponsabilità da parte di entrambi i contraenti.
Naturalmente l’indipendenza economica della moglie divorziata andrà verificata attraverso parametri fissi. Si dovrà infatti considerare se possiede redditi di qualsiasi tipo o patrimoni mobiliari o immobiliari e se ha possibilità effettive di trovare un lavoro, nel caso già non ne abbia uno, in relazione alla salute, all’età e al mercato del lavoro. In altre parole sarà la donna che chiede l’assegno a dover dimostrare di non avere i mezzi adeguati e di non poterseli procurare, ma non più per mantenere lo stesso tenore di vita che aveva durante il matrimonio, bensì per poter essere autosufficiente. Il Tribunale fisserà quindi la somma, tenendo conto di una serie di parametri, che comprendono anche le condizioni economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi in seguito alla fine del matrimonio e il contributo dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune.
Inoltre, nelle intenzioni della nuova legge, si terrà conto anche dell’esigenza contenere nel tempo la durata dell’aiuto economico prevedendone una limitazione temporale che tenga conto della durata del matrimonio.
Diversi e opposti i pareri espressi già al momento della sentenza della Cassazione delle più importanti avvocatesse matrimonialiste. Per Annanaria Bernardini de Pace si tratta di un importante passo verso l’effettiva parità tra uomini e donne, la cui dignità viene ora maggiormente salvaguardata, perché la nuova legge insegnerà loro a difendere il diritto all’autonomia e al lavoro. “Se il marito non accetta che la moglie lavori, dovrà ora concedere la comunione dei beni”.
Per Giulia Bongiorno, invece, rischiano di essere penalizzate le donne che hanno rinunciato alla carriera per dedicarsi solo alla famiglia e che anzi, in questo modo, hanno agevolato il cammino professionale del marito. “Se una donna ha dedicato tempo e risorse alla famiglia”, dice La Bongiorno che da sempre si batte in difesa dell’universo femminile, “ha diritto a un riconoscimento concreto per il suo impegno“.

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