RIFLESSI DI CINEMA

Questa Mademoiselle coreana nasconde troppi lati morbosi

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Il film del regista Park Chan-wook ricorda alcuni film italiani degli Anni 70, dove qualunque pretesto andava bene per mostrare lembi più o meno vasti di epidermide femminile e un po’ di sesso condito con qualche perversione

 

Mademoiselle

MADEMOISELLE_poster

un film di Park Chan-wook
ispirato al romanzo Ladradi Sarah Waters
con Kim Min-hee, Kim Tae-ri, Ha Jung-woo,
Cho Jin-woong, Kim Hae-sook e Moon So-ri

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Park Chan-wook, coreano, una buona fama come regista di Oldbody, Lady vendetta, Thirst e Stoker, cambia registro. Abbandona (anche se non del tutto) lo splatter esplicito e affronta un romanzo ambientato in epoca vittoriana, trasportando l’azione nella Corea degli Anni 30, in piena era coloniale.

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Per certi versi Mademoiselle ricorda alcuni film italiani degli Anni 70, operette di poco valore e scollacciate dove qualunque pretesto andava bene per mostrare lembi più o meno vasti di epidermide femminile e un po’ di sesso meglio se condito con qualche perversione. La storia è quella di una sensuale, fragile ereditiera giapponese, Lady Hideko, che vive in una tenuta isolata scortata da uno zio che ha molto da nascondere. A farle compagnia arriva la coreana, Sookee, che finirà per servirla non solo come ancella.

MADEMOISELLE_film 2

In campo il regista mette molto, una critica al colonialismo (più nelle intenzioni che nei fatti) l’eterno conflitto fra Giappone e Corea (anche qui appena accennato), le disparità sociali e la lotta di classe. Al di là dell’impianto politico, quello che la fa da padrone nel film è più che altro il lato torbido. Concentrato nella relazione morbosa fra le due donne e quella ancora più cupa della nipote con lo zio, un uomo che ha come unico interesse collezionare letteratura erotica da tutto il mondo. Il massimo dell’estasi la raggiunge quando può tradurla in realtà e sperimentarla con pochi ospiti selezionati.

mademoiselle-film 3

Inutilmente lungo, con interpreti addomesticate e complici, il film risulta alla fine di insostenibile pesantezza e l’intrigo giallo si svilisce annacquato da troppi, inutili finali. Quello che si salva sono gli ambienti, palazzi stupendi dall’arredamento caldo e antico. Pareti di orientale leggerezza, abiti fruscianti, mentre il make up è così dilettantesco da far assomigliare alcuni protagonisti a figure da baraccone. Insomma, forse è meglio che Park Chan-wook torni allo splatter che aveva sedotto persino Quentin Tarantino.

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