La riconoscenza è un sentimento importante, ignorato o sottovalutato. Ecco alcuni modi per esprimerla al prossimo. A partire dalla spontaneità
Il sentimento della riconoscenza, in ogni tipo di relazione, coinvolge una dimensione di noi stessi molto profonda. Per questo non è semplice prendere coscienza del modo in cui noi stessi viviamo la riconoscenza e di quanto sia purtroppo sempre più diffusa la mancanza di questo importantissimo sentimento. L’assenza di riconoscenza, soprattutto in ambito lavorativo, resta sempre e comunque uno delle cose più difficili da sopportare. Il riconoscimento degli sforzi fatti e l’investimento della propria persona e dell’impegno nel lavoro e nella vita sono alla base dell’autostima.
ALCUNI MODI PER ESPRIMERE RICONOSCENZA
con un ringraziamento
con un complimento
con un incoraggiamento
con riconoscimento economico
con maggior spazio di autonomia
con un più attento valore alla singola responsabilità
Per ogni essere umano la ricerca di riconoscenza è assolutamente naturale. Da un saluto non corrisposto in ufficio, a un “grazie” non detto, dopo che ci siamo impegnati in un lavoro molto complesso e nella risoluzione di una problematica. Fino ad arrivare in ambito social ai like che non arrivano dopo che si è pubblicato un post o una foto: piccole e semplici azioni che minano la propria autostima insinuando il dubbio di non essere graditi e apprezzati dagli altri.
Sin da neonati, sentiamo la necessità di essere riconosciuti e per questo crescendo, adottiamo tutti gli stratagemmi per poter essere capiti, distinti e guardati come unici.
E’ perciò inevitabile e insito nella natura umana ricercare il piacere di sentirsi importanti, amati, apprezzati e quindi riconosciuti.
LA RICONOSCENZA IN AMBITO LAVORATIVO
Nel mondo del lavoro le più recenti statistiche fanno emergere che ben il 62% dei lavoratori non si sente pienamente riconosciuto nelle proprie mansioni: alcuni pensano di non essere sufficientemente stimati, si sentono trasparenti, altri addirittura subiscono vere ingiustizie.
Come nel caso di un padre di famiglia, dirigente operaio, che dopo un periodo trascorso a casa per una grave malattia, una volta rientrato al lavoro si vede addirittura licenziato.
Questo avvenimento, benché gravissimo e fortunatamente al quanto singolare, mi fa venire in mente la favola dell’asino caduto nel pozzo:
Un giorno, l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto un gran male, ma non poteva più uscirne. L’asino ragliò per ore, mentre il proprietario, infastidito, pensava al da farsi. Finalmente, il contadino prese una decisione, seppur crudele: l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla, il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva la pena sforzarsi per tirare fuori l’animale dal pozzo. Quindi, il contadino, chiamò i suoi vicini, perché lo aiutassero a liberarsi dell’asino seppellendolo vivo dentro il pozzo. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra che cadevano addosso al povero animale.
L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stava accadendo fuori dal pozzo: capì di essere perduto e cominciò a piangere disperatamente, rimpiangendo la sua lunga e fedele disponibilità verso il padrone, durata tutta la vita. E non si diede per vinto. Con gran sorpresa di tutti, nonostante le palate di terra che gli arrivavano addosso, l’asino rimase fermo e tranquillo sul fondo del pozzo a preparare la sua vendetta. Il contadino, dopo un po’, guardò giù e rimase molto sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l’asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci di volta in volta sopra. In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l’asino piano piano era riuscito ad arrivare fino all’imboccatura del pozzo. Poco dopo, appena l’animale si rese conto che poteva uscirne, con un balzo saltò fuori e trottando, emise un grosso raglio, si allontanò.
Tutto questo per dire che dobbiamo sempre essere attenti quando doniamo al prossimo il nostro cuore, la nostra esperienza, il nostro lavoro, la nostra disponibilità e la nostra bontà. Perché a volte proprio quelle persone sono le stesse che ci gettono addosso la terra nel pozzo. L’importante è essere sempre a posto con la propria coscienza, positivi, fieri e convinti di quello che facciamo.
COME INCENTIVARE L’AUTORICONOSCENZA
Patrick Collignon, esperto in materia, ci suggerisce alcuni metodi per incentivarla:
Ricordare qualche momento importante della vita in cui il vostro intervento sia stato determinante per risolvere una determinata situazione.
Ripetersi ogni mattina davanti allo specchio: “Io sono …”
Modificare le vostre frasi: “sono stupido” con “sono distratto”, “sono una nullità” con “non sono proprio in forma”, in questo modo il nostro cervello si abitua a formulare frasi costruttive.
Fare una lista, ogni sera, delle tre cose positive svolte durante la giornata, anche se la giornata non è state particolarmente esaltante, comunque ci sarà sempre qualcosa di positivo.
Vi invito quindi a essere spontanei e sereni, a salutare, a complimentarvi, a ringraziare, a fare gli auguri con una telefonata e non con un messaggio, a incoraggiare e a dare fiducia. Date, donate ed elargite riconoscenza e aspettate fiduciosi, oppure, no, non aspettate, così, quando arriverà sarà ancor più grande l’effetto positivo che la riconoscenza avrà su di voi.
E non dimenticatevi che:
l’invidia porta a una mancanza di riconoscenza dovuta all’ignoranza e alla maleducazione.
un semplice “grazie” non costa niente, ma il suo valore è immenso e il suo ricordo lo è ancor di più
un sorriso di compiacimento, un ammicco di condivisione e di comprensione sono piccole cose, ma di assoluto e inestimabile valore!
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