Sul fronte professionale o su quello personale a volte una svolta potrebbe farci stare meglio. Ma occorre coraggio. Ecco come trovarlo
Sono una donna di 46 anni ed esercito da molti anni la professione di avvocato. Da qualche mese mi sto accorgendo di non essere per nulla soddisfatta del mio lavoro: troppa burocrazia, troppa concorrenza e troppa distanza tra le attese che avevo da ragazza e la cruda realtà. Mi viene quasi la tentazione di fare una scelta radicale, troncare col mio passato e cambiare tipo di attività. Ma dove lo trovo il coraggio per prendere una decisione così drastica alla mia età
(Andreina – Palermo)
Ci sono momenti della vita nei quali ci sentiamo insoddisfatti di ciò che stiamo facendo sul piano professionale o troppo vincolati da scelte che riguardano la nostra sfera più strettamente personale. Quando avvertiamo forte questo tipo di malessere, la soluzione più semplice per riuscire a stare meglio è attuare un cambiamento: lasciare, cioè, quello che abbiamo e che non ci soddisfa più per buttarci in qualcosa di nuovo.
Non si tratta, però, di un percorso semplice, perché tutti noi esercitiamo quella che la psicologia definisce la “resistenza al cambiamento” e che, come hanno dimostrato vari studi, è una nostra caratteristica insita. Da dove deriva questa resistenza? A bloccarci è soprattutto il sentimento della paura, perché quando “svoltiamo” conosciamo bene quello che ci accingiamo a lasciare, ma dobbiamo accettare il rischio di affrontare qualcosa di nuovo e spesso di ignoto.
Persino in situazioni molto drammatiche, per esempio in una relazione di coppia nella quale una donna è vittima di violenza da parte del partner, spesso questa resistenza le impedisce di lasciare il suo carnefice e di mettere in atto quella via di uscita che rappresenterebbe per lei una vera e propria salvezza. Anche senza arrivare a casi così estremi, è tipico “resistere”, preferendo mantenere un atteggiamento di lamentela davanti a quello che non ci va bene, salvo, però bloccarci quando qualcuno ci suggerisce soluzioni diverse, che implicano un cambiamento. Allora è più facile inventare scuse per dimostrare, soprattutto a noi stessi, l’impossibilità di procedere lungo una nuova strada. Per esempio, usiamo come argomento per giustificare la nostra scarsa propensione al cambiamento una condizione anagrafica (“Oramai, alla mia età…), economica (“Se rinuncio a questo stipendio, non so come arrivare a fine mese…”) o geografica (“Come faccio a mollare tutto e a trasferirmi altrove?”). Ma queste scuse sono solo alibi che accampiamo per non ammettere che a bloccarci in realtà è solo la paura di cambiare e quindi di rischiare. Dobbiamo invece renderci conto che tutta la vita è un rischio, anche quando ci illudiamo di tenerla perfettamente sotto controllo. Solo se stiamo fermi non rischiamo nulla, ma così facendo non ci evolviamo mai e finiamo con l’opporci alla nostra stessa esistenza.
Come superare, allora, questa resistenza al cambiamento che è dentro di noi e ci blocca? La filosofia ci sprona a usare la ragione. Prima di tutto, è fondamentale riflettere sul fatto che in realtà noi cambiamo in continuazione, pur senza percepirlo: ci basta anche solo osservare una foto di qualche anno fa per vedere quanto siamo cambiati rispetto ad allora. Se il corpo cambia, perché il nostro pensiero dovrebbe rimanere immutato? Come dice Eraclito, “nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l’uomo, né il fiume sono gli stessi, perché tutto scorre”. Se raggiungiamo questa consapevolezza, diventa più facile accettare l’idea che il cambiamento non solo è necessario, ma addirittura inevitabile. E per affrontarlo senza cadere nelle paure che ci bloccano, dobbiamo porci delle domande razionali e darci delle risposte altrettanto razionali: se la ragione mi dice che il cambiamento al quale sto pensando comporta troppi rischi e me lo fa vedere in termini negativi, la stessa ragione mi potrebbe convincere che, al contrario, quel cambiamento può generare anche e soprattutto della positività, per esempio facendomi conoscere aspetti di me stesso che prima mi erano ignoti e che potranno perfino stupirmi.
La filosofia ci insegna a buttarci alle spalle la paura di vivere e a trovare il coraggio di darci nuove possibilità: concediamoci la scelta di scegliere!
“non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume” ..il più delle volte sembra che il fiume, anzi la mefitica brodaglia, in cui ci tuffiamo quotidianamente, sia sempre quella, la stessa che ci lascia il suo “unto” addosso anche quando andiamo in vacanza e fingiamo di essere “altro”.
il cambiamento è morire, il cambiamento è rinascere, il cambiamento è fuga ma è anche “resistenza”, ancora una volta “lasciarsi la scelta di scegliere” implica abusare di chi ci vuole bene e conta sulla nostra consuetudine parte integrante del suo equilibrio. Bisognerebbe avere l’opportunità di scegliere quando l’eventuale scelta errata ricada solo su di noi, ma quasi sempre in quel momento si è immaturi. Io credo che non ci sia bisogno di cambiamenti radicali o stravolgenti, spesso basta fare ciò che si fa in coerenza con la propria etica, se ne avrà un “ritorno” soddisfacente, soprattutto nei rapporti interpersonali.. che saranno più sinceri e quindi meno stressanti. Insomma cambierà il contesto e la brodaglia pian piano (molto piano) si trasformerà in un budino al cioccolato 🙂
io penso che il tutto dipenda dalla misura che percepiamo del disagio del presente e trovo non in contrasto quanto esposto nell’articolo – che stimola non poco – e il commento precedente. Tuttavia, se il disagio si “sente”, bisogna cambiare a prescindere dalle conseguenze che “noi” pensiamo possano arrecare infelicità ad altri; conseguenze che comunque vanno ben vagliate, come il disagio, del resto. Siam sempre lì, tutto parte dalla consapevolezza, e poi si deve decidere, e qui è un po’ più dura la questione.
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2 risposte
“non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume” ..il più delle volte sembra che il fiume, anzi la mefitica brodaglia, in cui ci tuffiamo quotidianamente, sia sempre quella, la stessa che ci lascia il suo “unto” addosso anche quando andiamo in vacanza e fingiamo di essere “altro”.
il cambiamento è morire, il cambiamento è rinascere, il cambiamento è fuga ma è anche “resistenza”, ancora una volta “lasciarsi la scelta di scegliere” implica abusare di chi ci vuole bene e conta sulla nostra consuetudine parte integrante del suo equilibrio. Bisognerebbe avere l’opportunità di scegliere quando l’eventuale scelta errata ricada solo su di noi, ma quasi sempre in quel momento si è immaturi. Io credo che non ci sia bisogno di cambiamenti radicali o stravolgenti, spesso basta fare ciò che si fa in coerenza con la propria etica, se ne avrà un “ritorno” soddisfacente, soprattutto nei rapporti interpersonali.. che saranno più sinceri e quindi meno stressanti. Insomma cambierà il contesto e la brodaglia pian piano (molto piano) si trasformerà in un budino al cioccolato 🙂
io penso che il tutto dipenda dalla misura che percepiamo del disagio del presente e trovo non in contrasto quanto esposto nell’articolo – che stimola non poco – e il commento precedente. Tuttavia, se il disagio si “sente”, bisogna cambiare a prescindere dalle conseguenze che “noi” pensiamo possano arrecare infelicità ad altri; conseguenze che comunque vanno ben vagliate, come il disagio, del resto. Siam sempre lì, tutto parte dalla consapevolezza, e poi si deve decidere, e qui è un po’ più dura la questione.