DOGMAN AP
DOGMAN AP

“Dogman”, elegia di un degrado che in sé non ha nulla di etico

Ispirandosi alla drammatica vicenda di cronaca del “canaro della Magliana”, Matteo Garrone racconta con perfezione formale un mondo squallido e senza speranza, sul quale getta il suo sguardo umano

 

DOGMAN

locandina dogman

 

 

di Matteo Garrone
con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Alida Baldari Calabria, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli

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Una Disneyland andata a male che ricorda per certi versi lo scenario di Un sogno chiamato Florida: quando i sogni marciscono, si lasciano dietro il sapore acre della disperazione. Sullo sfondo del Villaggio Coppola, a Castel Volturno, sul litorale campano, costruito per gli americani della base Nato e ora semiabbandonato, Matteo Garrone ambienta come su un palcoscenico teatrale il suo dramma, tenendosi lontano da ogni tentazione realistica e neorealistica, spopolando la zona e scegliendo di far agire sul set solo i protagonisti: il resto del mondo è cancellato, perché Garrone vuole arrivare all’essenza della sua riflessione.

film-dogman-Dogman
Il fatto di cronaca che ha ispirato il film, il canaro della Magliana che torturò e uccise il suo aguzzino, trasformandosi da vittima in carnefice resta sullo sfondo, perché è altro che al regista interessava: l’affresco di una microcomunità dove lo stato è assente e dove accanto a fragili solidarietà vige la legge del più forte, nella più totale assenza di futuro.

Dogman
Marcello
, mite proprietario di un negozio per cani (il Dogman del titolo) incastonato fra una sala Bingo e un ricettatore camuffato da Compro oro, ha orizzonti chiusi che solo raramente si aprono alla serenità, quando divide con la figlia la passione per il mare e le escursioni subacquee e quando uno dei suoi amati cani gli riserva uno sguardo affettuoso o gli fa vincere qualche concorso.

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Anima nera di Marcello, amico, complice, tiranno, è Simone, ex pugile ottuso che vive di sopraffazioni e che nel quartiere tutti odiano, anche se nessuno ha il coraggio per una ribellione. Denunciare i suoi soprusi non servirebbe a nulla, perché dopo due mesi Simone verrebbe rilasciato e tornerebbe più feroce di prima. Meglio aspettare, perché uno come lui non può che finire male, basta avere pazienza. La conclusione del rapporto fra Marcello e Simone è nota e ricalca la cronaca: il “canaro” si vendicherà (ma nel film senza nessuna premeditazione) del suo carnefice e la sua azione sarà anche un modo per essere riaccolto in quella comunità che è tutta la sua vita. Purtroppo le cose non vanno sempre come ci si aspetta e l’unica compagna sarà la solitudine.

DOGMAN film
Film rigoroso
, rigorosissimo, molto pensato, con una fotografia dai toni acciaio che ricorda i chiaroscuri dei quadri di Caravaggio, film asciutto che rifugge ogni compiacimento nella violenza, film che sa gettare uno sguardo umano su tutti i suoi protagonisti, anche quelli peggiori, tratteggiando di ciascuno un ritratto a 360 gradi, mai superficiale.

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Tutto bene? Fino a un certo punto, perché nella poetica di Garrone prevale un’estetica del degrado che non ha niente di etico, ma sembra affondare in altri fantasmi. La mia visione del film è stata schizofrenica, da una parte ne ammiravo razionalmente la perfezione formale di inquadrature e movimenti di macchina mai gratuiti, ammiravo il talento indiscusso di Garrone, la sua bravura nel dirigere tutti gli attori, la scrittura perfetta del copione, la scenografia impeccabile, persino l’abilità nel riprendere i cani di tutte le specie e l’emozione di una delle scene più icastiche, quella in cui Marcello davanti alla Tv divide il suo piatto di pastasciutta con il cane. Da una parte. Dall’altra, e qui la mia emotività la faceva da padrona, volevo fuggire da tutto questo disperato squallore senza squarci di speranza, dall’orrore di un sottoproletariato senza possibilità di cambiamento né di riscatto e desideravo riprendere fiato con qualcosa di bello, il quadro di un grande artista, un tramonto screziato coi mille colori dell’arcobaleno. E invece, di nuovo, venivo inghiottita dalla luce livida di Dogman e da tutta la sua disperata incolmabile solitudine.

 

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