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Contro le molestie sessuali ecco la denuncia delle attrici italiane

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Sulla falsariga delle loro colleghe americane, in 124 hanno sottoscritto una lettera manifesto che dà origine al movimento "Dissenso comune", che si propone di stare al fianco delle vittime non solo del mondo del cinema, ma di ogni ambiente. Con un'unica voce contraria: Asia Argento

 

Dopo che negli Stati Uniti 300 attrici di Hollywood, due mesi dopo le rivelazioni del caso Harvey Weinstein, si sono unite per fondare il movimento Time’s up, una piattaforma che si propone di combattere le molestie sessuali non solo nello spettacolo, ma anche in tutti gli ambienti lavorativi, ora anche il cinema italiano fa sentire la propria voce.
Sono 124, tra attrici, registe, produttrici e donne che lavorano nell’ambito del mondo dello spettacolo, ad aver sottoscritto e promosso il movimento Dissenso comune. Attraverso una lettera pubblicata su La Repubblica, dopo oltre due mesi d’incontri, è stato stilato un manifesto in cui le promotrici esprimono la loro intenzione di intervenire con la forza di un collettivo affinché non rimangano isolate le testimonianze di chi ha rivelato di essere stata vittima di violenza.
Tutte le più grandi attrici del cinema italiano hanno partecipato a questa iniziativa: Paola Cortellesi, Giovanna Mezzogiorno, Valeria Golino, Ambra Angiolini, Alba Rohrwacher, Anna Bonaiuto, Cristiana Capotondi, Geppi Cucciari sono solo alcuni dei nomi che hanno sottoscritto questo progetto (l’elenco completo lo trovate qui ) e che si proclamano “Unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini”.
L’unica voce fuori dal coro non poteva che essere quella di Asia Argento, che naturalmente non solo si è chiamata fuori ma ha anche dichiarato: «È solo un modo per pulirsi la coscienza da questo silenzio assordante Non vedo un programma, tanto meno politico. È tutto annacquato, non si capisce neanche cosa vogliono dire». C’era da aspettarselo.
Ora non resta che sperare che tutte queste voci vengano ascoltate e che qualcosa di concreto prenda vita, Perché le parole sono importanti ma, in casi come questi, i fatti lo sono di più.

Ecco il testo integrale della lettera manifesto pubblicata su La Repubblica:

DISSENSO COMUNE

Dalle donne dello spettacolo a tutte le donne. Unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un  nuovo equilibrio tra donne e uomini.

“Da qualche mese a questa parte, a partire dal caso Weinstein, in molti Paesi le attrici, le operatrici dello spettacolo hanno preso parola e hanno iniziato a rivelare una verità così ordinaria da essere agghiacciante. Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza. Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse. Noi vi sosteniamo e sosterremo in futuro voi e quante sceglieranno di raccontare la loro esperienza. Quando si parla di molestie quello che si tenta di fare è, in primo luogo, circoscrivere il problema a un singolo molestatore che viene patologizzato e funge da capro espiatorio. Si crea una momentanea ondata di sdegno che riguarda un singolo regista, produttore, magistrato, medico, un singolo uomo di potere insomma. Non appena l’ondata di sdegno si placa, il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le ‘molestate’ e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare. Il buon senso comune inizia a interrogarsi sul libero e sano gioco della seduzione e sui chiari meriti artistici, professionali o commerciali del molestatore che alla lunga verrà reinserito nel sistema. Così facendo questa macchina della rimozione vorrebbe zittirci e farci pensare due volte prima di aprire bocca, specialmente se certe cose sono accadute in passato e quindi non valgono più.
Insomma, che non si perda altro tempo a domandarci della veridicità delle parole delle molestate: mettiamole subito in galera, se non in galera al confino, se non al confino in convento, se non in convento almeno teniamole chiuse in casa. Questo e solo questo le farà smettere di parlare! Ma parlare è svelare come la molestia sessuale sia riprodotta da un’istituzione. Come questa diventi cultura, buonsenso, un insieme di pratiche che noi dovremmo accettare perché questo è il modo in cui le cose sono sempre state, e sempre saranno.
La scelta davanti alla quale ogni donna è posta sul luogo di lavoro è: ‘Abituati o esci dal sistema’.
Non è la gogna mediatica che ci interessa. Il nostro non è e non sarà mai un discorso moralista. La molestia sessuale non ha niente a che fare con il ‘gioco della seduzione’. Noi conosciamo il nostro piacere, il confine tra desiderio e abuso, libertà e violenza.
Perché il cinema? Perché le attrici? Per due ragioni. La prima è che il corpo dell’attrice è un corpo che incarna il desiderio collettivo, e poiché in questo sistema il desiderio collettivo è il desiderio maschile, il buonsenso comune vede in loro creature narcisiste, volubili e vanesie, disposte a usare il loro corpo come merce di scambio pur di apparire. Le attrici in quanto corpi pubblicamente esposti smascherano un sistema che va oltre il nostro specifico mondo ma riguarda tutte le donne negli spazi di lavoro e non.
La seconda ragione per cui questo atto di accusa parte dalle attrici è perché loro hanno la forza di poter parlare, la loro visibilità è la nostra cassa di risonanza. Le attrici hanno il merito e il dovere di farsi portavoce di questa battaglia per tutte quelle donne che vivono la medesima condizione sui posti di lavoro la cui parola non ha la stessa voce o forza.
La molestia sessuale è fenomeno trasversale. È sistema appunto.  È parte di un assetto sotto gli occhi di tutti, quello che contempla l’assoluta maggioranza maschile nei luoghi di potere, la differenza di compenso a parità di incarico, la sessualizzazione costante e permanente degli spazi lavorativi. La disuguaglianza di genere negli spazi di lavoro rende le donne, tutte le donne, a rischio di molestia poiché sottoposte sempre a un implicito ricatto. Succede alla segretaria, all’operaia, all’immigrata, alla studentessa, alla specializzanda, alla collaboratrice domestica. Succede a tutte.
Nominare la molestia sessuale come un sistema, e non come la patologia di un singolo, significa minacciare la reputazione di questa cultura.
Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo.
Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema.
Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura“.

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