Il lavoro di Eugene O’Neill si addentra nell’altra faccia dell’America, quella meno smagliante, attraverso l’analisi di una famiglia di quattro elementi, soffocata dall’ipocrisia. Fino alla resa dei conti finale…
LUNGA GIORNATA VERSO LA NOTTE diEugene O’ Neill con Milvia Marigliano, Arturo Cirillo, Riccardo Buffonini scene Dario Gessati luci Mario Loprevite regiaArturo Cirillo
L’american way of lifeha due aspetti: quello smagliante lo conosciamo bene, lo abbiamo visto nei film, in migliaia di telefilm, in tante pubblicità e in qualche maniera tutti lo abbiamo fatto nostro pur cogliendone le mille contraddizioni, perché siamo cresciuti in un Paese che a quel modello si adeguava. Poi c’è l’altra faccia degli States che sono stati gli stessi americani probabilmente i primi a cogliere. Racchiude tanti aspetti, diversissimi, ma tutti ruotano intorno a una qualche forma di infelicità profonda. E se il cinema ha messo la società sotto accusa soprattutto a partire dagli Anni 60, la letteratura e soprattutto il teatro lo hanno fatto ben prima. I nomi dei drammaturghi che hanno esplorato il volto oscuro del sogno americano sono tre: Tennessee Williams, autore di capolavori come Lo zoo di vetro e Improvvisamente l’estate scorsa;Edward Albee, che ci ha regalato quel capolavoro che è Chi ha paura di Virginia Woolf eD Eugene O’ Neill, il più anziano di loro, nato nel 1888 di cui il Teatro Menottiha messo in scena uno dei testi più famosi, Lunga giornata verso la notte. Lo ha fatto rispettando i canoni più classici, una scenografia scarna su cui ogni tanto cala il velo della nebbia, a simboleggiare il sogno e il buio dei protagonisti, e attori che recitano prendendo a prestito le messe in scene del secolo scorso.
La vicenda, come in tutte le commedie e i drammi che affrontano i nodi non risolti delle magnifiche sorti e progressive, verte intorno a una famiglia che oggi definiremmo disfunzionale. Allora era semplicemente infelice, soffocata nel perbenismo e nell’ipocrisia. Sono la menzogna, la rimozione e il non detto a rendere soffocante come una camera a gas, per dirla con Gianna Nannini, la vita in famiglia (o anche solo in coppia). I segreti della commedia di O’ Neill sono l’alcolismo, la droga (che non è un problema recente, la morfina era molto diffusa a partire dalla fine dell’800) e la frustrazione che nasce dal non aver avuto il coraggio di inseguire i propri sogni.
I quattro protagonisti di Lunga giornata verso la notte sono una madre con problemi di droga, un padre attore di qualche successo dipendente dall’alcol, un figlio fragile, malato che in qualche misura esercita un ricatto sugli altri membri, colpevolizzandoli e il primogenito che ha seguito di malavoglia la carriera paterna. In una estenuante resa dei conti si compirà il loro lungo viaggio verso la notte. Recitazione in crescendo, Milvia Marigliano è molto brava, i tre attori che la attorniano giocano con una recitazione più sfumata. Spettacolo interessante che richiede però una partecipazione determinata allo spettatore perché ha una prima parte un po’ lunga e fatica a entrare nel cuore della vicenda. In compenso il finale è trascinante. E resta interessante il lavoro del Teatro Menotti che conclude con questo spettacolo la sua Trilogia americana. E che Dio salvi l’America. Comunque.
Al Teatro Menottidi Milano fino al 4 febbraio, poi in tournée
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