La Zellweger interpreta la Garland in un film che mette in risalto non gli splendori, ma i dolori della mamma di Liza Minnelli e mostra quanto era triste e crudele il mondo dorato di Hollywood a quei tempi
JUDY
un film di RUPERT GOOLD con RENÉE ZELLWEGER,JESSIE BUCKLEY, FINN WITTROCK, RUFUS SEWELL, MICHAEL GAMBON
Ve la ricordate Renée Zellweger nei panni di Bridget Jones? Simpatica, paffuta, imbranata il giusto, romantica. E soprattutto una ragazzona piena di vita. Ecco, vedere adesso l’attrice nei panni di Judy Garland fa impressione: sembra un’altra donna. Piccola, minuta, con una fisicità sofferta alla Edith Piaf. Un’aderenza al personaggio così totale da aver reso obligatorio inserire il suo nome nella rosa delle candidate all’Oscar come miglior attrice.
Lei è il motivo principale per cui vale la pena vedere questo film, che mostra tutti i lati meno felice della grande Hollywood. Judy Garland, bambina prodigio in Il mago di Oz, moglie di Vincent Minnelli, mamma di Liza Minnelli è stata una delle più grandi attrici americane in un’epoca in cui regnava lo strapotere degli studios. Certo, i divi erano viziati e coccolati, ricchissimi, ma le regole dello star system erano feroci e qui sfilano tutte. Una diva bambina veniva spremuta fino all’inverosimile, di tutele non se ne parlava e la piccola Judy veniva affamata e imbottita di anfetamine per non mettere su neppure un grammo. Come a voler bloccare le curve nascenti dell’adolescenza. Ed era così, con l’abuso di farmaci e poi di alcol che non solo gli attori ma un’intera generazione di americani è stata avviata sulla strada della dipendenza. Ai tempi gli effetti dei farmaci (e dell’alcol, del fumo e anche delle droghe) erano grandemente sottovalutati.
Infelice con gli uomini, sempre alla ricerca di affetto e gratificazione, Judy Garland era preda di sfruttatori. Prigioniera delle glorie passate, sempre senza un soldo nonostante tutti quelli guadagnati. In guerra con gli ex mariti, privata dei figli e degli affetti. L’alone di tristezza che avvolge le due ore di film è dovuto di sicuro al fatto di aver scelto l’ultimo periodo della vita della diva, dove picchi gratificanti (i fan adoranti, l’amore dei gay che ne fecero un’icona) si alternavano a amori tormentati. Il tutto racchiuso in una grande totale solitudine.
Si esce dalla sala turbati, con la voglia di conoscere meglio gli anni dei fasti e della felicità, perché ci saranno pure stati momenti alle stelle no? E invece praticamente sono ignorati, ma non è questo il limite del film che risiede piuttosto in un impianto teatrale, con frammenti narrativi scollegati, in una vicenda che fatica a compattarsi in una visione organica d’insieme. Com’era triste e crudele la grande Hollywood! E quanti predecessori del feroce maschilismo e della violenza di cui tanto si dibatte oggi. Povera Judy, che il film, in uscita proprio in occasione del 50° anniversario della morte e dell’80° anniversario de Il Mago di Oz possa rappresentare un piccolo risarcimento.
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