RIFLESSI DI CINEMA

Hammamet: la parabola di Craxi e il miracolo dell’ottimo Favino

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L'attore è totalmente irriconoscibile nei panni del leader socialista del quale il film di Gianni Amelio racconta il declino dopo gli anni del potere. Ma manca forse un giudizio storico su quel tormentato periodo

HAMMAMET

Hammaet locandina film

regia di GIANNI AMELIO

sceneggiato da GIANNI AMELIO con ALBERTO TARAGLIO
con PIERFRANCESCO FAVINO, LIVIA ROSSI, LUCA FILIPPI, RENATO CARPENTIERI, CLAUDIA GERINI, SILVIA COHEN, OMERO ANTONUTTI, GIUSEPPE CEDERNA, ROBERTO DE FRANCESCO

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Ore e ore di trucco rendono Pierfrancesco Favino identico a Bettino Craxi, anche se lo sguardo carbone dell’attore resta riconoscibile e intatto. Quello che manca è la corporatura imponente del leader socialista, ma vedere un Craxi rimpicciolito, quasi rinsecchito dà ancora più intensità al personaggio di un leader in agonia. Anche i giganti, quando sono in prossimità della morte, diventano più piccoli, magri, fragili.

Hammamet Pierfrancesco Favino

Gianni Amelio ha scelto di raccontare gli ultimi giorni di un comandante, il periodo in cui, come avrebbe scritto Garcia Marquez, nessuno scrive più al colonnello e quei pochi che lo riconoscono lo insultano. Visto che non lo ritengono degno neppure del lancio di monetine che aveva vilmente accompagnato uno stanco Bettino in disgrazia davanti a quella che era una delle sue splendenti roccaforti, l’hotel Raphael di Roma.
Chi ha più di 50 anni, chi è italiano o ancora meglio milanese, non ha bisogno di molte spiegazioni. Perché la parabola, sia quella ascendente che quella discendente di Craxi, travolto con tutta la prima Repubblica dal ciclone di Mani pulite, la conosce benissimo. Ma i più giovani che cosa potranno capire da questo film? Non molto della storia italiana, qualcosa sul dissolvimento del potere e sulle amarezze della vita.

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La quasi totalità del film si svolge in Tunisia, ad Hammamet (nella vera casa di Craxi, concessa dalla famiglia), dove il leader ha vissuto gli ultimi anni di un esilio per niente dorato. Semmai blindato, difeso com’è da guardie del corpo in divisa militare e poi accudito con infinito amore dalla figlia che il regista ha deciso di chiamare non Stefania, ma Anita. In questo modo nobilitando Craxi e avvicinandolo a uno dei suoi miti, Garibaldi. Anita, inutile forse sottolinearlo, era l’amata moglie dell’eroe dei Mille.

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La dimensione romanzata onirica prevale sulla cronaca e sulla storia. Accanto a Craxi compare un giovanissimo dallo sguardo romantico e anarchico che si chiama Fausto (come il protagonista di Colpire al cuore, il film di Amelio sul terrorismo), figura misteriosa. Forse il figlio di un compagno di partito, forse un vendicatore idealista che vuol far giustizia ma che poi conoscendo da vicino il suo bersaglio esita e impazzisce perché la giustizia pare non sia di questa terra. Una metafora del terrorismo? Probabilmente sì.
Il Craxi di Amelio è un uomo malato e dolente
. Mai consolato dai ricordi del fulgido passato, ma anche mai pentito di nulla. Un animale in gabbia che furiosamente si aggrappa alle sbarre ma che non osa scappare, perché anche fuori sa che niente e nessuno potranno aiutarlo.

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Man mano nel film si susseguono personaggi simbolici, fin dall’inizio, dove al trionfale congresso del partito socialista nel 1987 un mite Giuseppe Cederna incarna la coscienza. Forse un tesoriere forse un auspice portatore di tragedie a venire e come tutte le Cassandre destinato a restare inascoltato.
Il leader guarda con poca convinzione anche Renato Carpentieri che veste i panni di un vecchio furbo democristiano maestro nell’arte della politica (ma anche immaginarlo come un comunista non cambierebbe poi tanto) che spiega a un  orgoglioso Craxi la via della salvezza. Perché il vero politico galleggia sempre e comunque, anche durante le tempeste.  Ma cozza contro l’orgoglio cocciuto e offeso di quello che resta comunque un gigante nell’Italia del secolo scorso. E su questo credo che ci sia poco da dire, Craxi è stato comunque un politico di grande carisma e capace di immaginare, fare, sognare, creare.

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Mai un nome nel film (non si fa neppure quello di Craxi, in pratica, infatti il leader è per tutti il presidente e per il nipotino il comandante) mai un fatto preciso. In compenso tante suggestioni e molta umana pietas. Non mancano le scene inutili o sbagliate, come la comparsa della vecchia amante (inutile, nulla ggiunge), e i momenti quasi felliniani del finale (sbagliato, se non sei Fellini, vengono male).
Ma in fondo non sono questi i limiti del film, sono altri, perché più e più volte si ha l’impressione che sia un’occasione sprecata.

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Giusto e sacrosanto riflettere su un passato che troppo spesso è stato giudicato con occhi incattiviti e faziosi, molto cinematografico mettere in scena un declino, che sia di un uomo, di un politico e di chiunque altro la fine è sempre un momento fecondo di suggestioni, ma in questo caso, come si può ignorare un’interpretazione della Storia? Ecco, è questo quello che manca, vogliamo di più, vogliamo una spiegazione. Vogliamo dal regista una lettura di quegli anni: cosa ne pensa? Non può sottrarsi. Ad esempio, avrei voluto sapere che idea si è fatto Amelio di tutto quello che in Italia è accaduto fra gli Anni 80 e 90. Avrei voluto sentirgli denunciare violenze, manipolazioni e ipotizzare un disegno internazionale sul crollo della Prima repubblica, magari legato al crollo dell’impero sovietico. Avrei voluto sentire qualcosa sul laboratorio Italia, terra di sperimentazioni estreme mai del tutto spiegate e di scie di sangue dalle origini ancora misteriose. Avrei voluto sentirgli demolire o esaltare il lavoro dei giudici. Invece tutto è solo accennato, vago. Ma se questa è stata la via scelta, legittima per un autore, allora avrei voluto una parabola universale o una messinscena teatrale grottesca come quella che aveva realizzato Paolo Sorrentino nel suo film più riuscito, Il divo, con un incredibile magnifico ritratto di Andreotti.

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Come concludere? Che in qualche modo questo era un film necessario per riaprire la riflessione su un periodo non così limpido e ancora troppo poco investigato della storia italiana (ce ne sono forse?). Un lavoro necessario e un’occasione perduta, ma anche una prima doveroso tassello. Ne aspettiamo altri, ne abbiamo bisogno.

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