RIFLESSI DI CINEMA

La storia di “Tonya” racconta l’America degli sporchi bianchi

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Nel film che ripercorre la vicenda della pattinatrice Harding, culminata con l’agguato organizzato dal marito contro la sua più temibile concorrente, emergono i white trash, ovvero i poveracci dalla pelle chiara: un crudo spaccato degli Stati Uniti che meno conosciamo

 

TONYA

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 di Craig Gillespie
con
Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney, Paul Walter Hauser, Julianne Nicholson.

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White trash. Spazzatura bianca. Ovvero i poveracci dalla pelle chiara. Così, con termine spregiativo, negli Stati Uniti vengono definiti gli americani non Wasp, quelli che faticano ad arrivare a fine mese e spesso anche a iniziarlo. Ce ne sono sempre di più. E ce ne sono sempre stati. Questione di quattrini, certo, ma anche di cultura, di educazione, di “immagine”. Tonya Harding, una delle più grandi pattinatrici del mondo e in ogni caso la prima a essersi esibita in una competizione ufficiale con un triplo Axel, un’acrobazia particolarmente difficile, appartiene di sicuro alla tribù dei White trash.

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Se nella sua carriera fra gli Anni  80 e i 90 non ha mai ottenuto tutto quello che avrebbe meritato, la colpa è da attribuire anche della sua immagine che strideva con il volto che gli Stati Uniti volevano mostrare nelle competizioni internazionali. Tonya era volgare, diceva parolacce, i suoi body raffazzonati cuciti in casa non ostentavano la raffinatezza dei costumi delle altre atlete, ma richiamavano solo l’odore acre della povertà. Tonya cresce in una casa misera, maltrattata da una madre aggressiva e priva di sensibilità che invece di darle affetto la umilia, convinta che la voglia di rivincita aiuti la figlia a migliorare le sue prestazioni sulla pista.

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Un’esistenza, quella di Tonya, tutta ai margini, in mezzo a persone che non sapevano amarla, o che se anche tentavano come il padre e il fidanzato, soccombevano, il padre debole scacciato dalla moglie, il ragazzo abituato a mescolare il presunto desiderio con la violenza.

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La vita della campionessa, la sua osteggiata carriera sportiva, costellata da mille imprevisti e culminata con un atto criminale (l’agguato organizzato dal marito contro la sua più temibile concorrente) sono raccontate con ardore in un film di cui la grande protagonista, Margot Robbie, che ne è anche la produttrice, si è identificata totalmente con la donna reale che appare poi, come è ormai d’obbligo nelle true story, sui titoli di coda. Ed è incredibile la somiglianza dei reali protagonisti con i personaggi del film e l’accuratezza degli ambienti, ma si sa, il cinema americano su questo è imbattibile.

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Il risultato finale è non solo il ritratto di una donna ma anche lo spaccato di un’America che fatica, un’America dove i lustrini sono solo quelli falsi dei costumi da quattro soldi.
L’esitazione nel regalare quattro stelle a un film di sicuro robusto e pieno di cose belle è nell’eccessiva enfasi seriosa che in certi momenti cede a un retrogusto retorico. Inspiegabilmente il superbo tono iniziale, quello del primo quarto d’ora, un piglio più cinematografico e pensato, più cinico e ironico viene abbandonato poi per cedere il passo al rigore bio-storiografico. Peccato. Se fosse stata recuperata almeno a tratti la spregiudicatezza iniziale il film avrebbe acquistato una marcia in più.

 

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