RIFLESSI DI CINEMA

“L’età giovane”: quando la vita di un adolescente sfocia nel terrore

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Il film bellissimo, durissimo e coraggioso, dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne racconta ls storia della radicalizzazione verso l'integralismo islamico di un ragazzino nel Belgio di oggi. E invita tutti a riflettere

 

L’età giovane

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Un film di
 JEAN-PIERRE e LUC DARDENNE
con Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriem Akheddiou, 
Victoria Bluck, Claire Bodson, Othmane Moumen

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I fratelli Dardenne sanno guardare al mondo senza paraocchi, sanno cogliere le tante sfumature di ogni situazione. Non cercano il lieto fine a tutti i costi, sono attenti a non demonizzare nulla e nessuno e hanno la capacità di penetrare con la loro macchina da presa fino alla carne viva, pulsante dei loro protagonisti. Ed è per questo che anche il loro ultimo film è un grande film ed è stato premiato meritatamente per la regia all’ultimo Festival di Cannes (dal quale i fratelli belgi non tornano mai a mani vuote).
Jean-Pierre e Luc Dardenne vivono nel presente e del presente parlano, osando affrontare in quest’ultimo lavoro un tema che avrebbe fatto rizzare i capelli in testa a tutti: la radicalizzazione di un ragazzino, nel Belgio di oggi.

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La storia fa venire i brividi, probabilmente ancora di più a belgi e francesi colpiti tragicamente dal terrorismo. Fa venire i brividi per la normalità del contesto, per l’assurdità della situazione, per la violenza inspiegabile che serpeggia fin dalle prime sequenze. Per il senso di totale impotenza di fronte al diffondersi del fanatismo. Ahmed è un tredicenne silenzioso che raramente guarda le persone negli occhi per via di una cupezza e un’inquietudine di cui presto apprendiamo le cause. Va a scuola, è intelligente, bravo, eppure la sua vita sta deragliando. Non funziona più nulla, la serenità è stata scalzata dalla rabbia che lo allontana da tutti quelli che gli stanno intorno, la famiglia, i vecchi compagni di scuola.

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Eravamo preparati a una vicenda di radicalizzazione “adulta”, ambientata in un carcere o fra ventenni di una banlieu degradata. Qui invece siamo catapultati in un contesto “normale” ma la normalità non basta ad arginare il peggio. Seguire un ragazzo non ancora adolescente ci sconvolge, anche perché la storia si svolge quasi interamente all’interno del mondo musulmano, portandoci alla conclusione (la stessa di molti che conoscono a fondo quel contesto) che il terrorismo sia una questione da risolvere prima essenzialmente e in prima istanza interna all’islamismo. Che non è tutto uguale, ma anzi ha mille sfumature.

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La madre di Ahmed non sa più come rapportarsi col figlio e lo stesso succede ai suoi fratelli e sorelle che non hanno abbracciato la radicalizzazione. Il ragazzo si isola progressivamente, segue sempre più ossessivamente i dettami del Corano e i ritmi delle preghiere. Si fida solo dell’Iman che neppure si rende conto di quanto le sue parole possano trasformarsi in dinamite nella mente di una ragazzino. Ostaggio dell’idealismo e dell’estremismo propri dell’adolescenza, un’età che fatica a trovare il senso del limite.

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Ahmed è in guerra e non sente ragioni, è alla ricerca di un obiettivo. Ha il mito di un cugino terrorista e alla fine trova il suo obiettivo: la sua insegnante, prima tanto amata, e ora nemica perché ha proposto lezioni di arabo moderno, dove vorrebbe servirsi anche di canzoni. Un sacrilegio, secondo l’Imam e quindi secondo Ahmed, perché l’arabo lo si può imparare solo leggendo i versetti del Corano.
I nostri occhi diventano gli occhi di Ahmed, grazie all’implacabile macchina da presa dei Dardenne.

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Palpitiamo con lui sperando fino all’ultimo che un miracolo, un illuminazione, lo sguardo azzurro di una ragazzina lo facciano riflettere. Che qualcuno o qualcosa gli faccia ritrovare il senso del limite. Che la ragione abbia la meglio e la tolleranza abbia ancora diritto di cittadinanza.
Bellissimo, durissimo e molto coraggioso film che dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole.

 

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