STILE DI VITA

L’ultima teoria: cambiare uomo ogni 5 anni fa bene alla donna

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E' la tesi dello psicoterapeuta catalano Rafael Santandreu, che considera la monogamia una condizione costrittiva capace di rendere infelici: l'universo femminile si libererà dal giogo maschilista solo quando si sentirà in diritto di vivere l'innamoramento continuo e seriale senza vergognarsene

 

Secondo lo psicoterapeuta catalano Rafael Santandreu, considerato un’autorità internazionale in materia di psicologia cognitiva, è raccomandabile cambiare partner ogni 5 anni circa. La monogamia, infatti, è  una condizione costrittiva che rende l’uomo e la donna infelici.
Anzi, pare che quasi tutti i nostri problemi (forse anche la deforestazione e la crisi dell’euro) dipendano proprio dall’ostinazione a voler rimanere con una persona per tutta la vita! Che sciocchi a non averci pensato prima!

LA TEORIA “FEMMINISTA

Secondo lo psicologo, le donne si libereranno dal giogo maschilista soltanto quando si sentiranno in diritto di vivere l’innamoramento continuo e seriale senza vergognarsene. E afferma che una sana dose di corteggiamento con tanto farfalle nello stomaco ogni cinque anni sia più efficace di un lifting per una signora. Ma ci rendiamo conto di quello che si sta dicendo?

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Che la monogamia sia una condizione impegnativa, per taluni innaturale, lo capisco e non giudico. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Che la società abbia messo dei paletti  nella nostra mentalità, lo riconosco.
Ma che cambiare partner più o meno a ogni scadenza della carta d’identità (anche meno) per inseguire una felicità chimica (l’innamoramento è chimico, il sesso è chimico), mi pare un tantino esagerato. E non trovo alcunché di innovativo in questa teoria, anzi mi sembra di sentire echi dal recente passato.

TRIANGOLI E CLAN

Non intendo disquisire sulle differenze tra innamoramento e amore, ma vorrei  fare un discorso molto pratico. Se il signor Santadreu avesse ragione, vorrebbe dire che io sono stata così stupida da avere tre figli con lo stesso uomo, quando avrei potuto farli con tre partner diversi e adesso sarei a sospirare romanticamente per un quarto pretendente.

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In contemporanea, si presuppone che i padri naturali delle creature siano loro stessi affaccendati a vivere freschi e intensi innamoramenti. Quello che mi preoccupa di più è il pranzo di Natale: per invitare tutto il clan, composto da nuovi e vecchi partner con annessi e connessi, mi servirebbe il castello che gli Hannover hanno messo in vendita per non pagare più l’Imu. La vita reale è fatta di impegni, tasse e ricorrenze, caro Santandreu!
Lo dico con il massimo rispetto nei confronti delle famiglie allargate e di chi riesce a farle funzionare. Non per tutti però è attuabile.

COLPA DELLA SOCIETÀ 

Poniamo il caso che io sia una bigotta, borghese, antiquata e conformista che si attacca a un modello di società arcaico e anacronistico. Assodato questo, come la mettiamo coi bambini? Di una cosa sono certa: un figlio piccolo, quindi non ancora corrotto, soffre molto quando i genitori si separano. Che poi talvolta la separazione sia necessaria, è un altro paio di maniche. Il bambino non diventerà un criminale o un alcolizzato per questo, ma di certo ne soffrirà. Pazienza, c’est la vie.

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Ma perché il figlio soffre della separazione dei genitori? Al bambino non interessa incarnare l’ideale di famiglia del Mulino Bianco che la società ci ha propinato per farci il lavaggio del cervello. Il bambino desidera che i propri genitori stiano insieme, punto e basta. Ci sarà o no un istinto naturale a far sentire questa necessità al cucciolo d’uomo? Al leoncino non frega nulla se mamma leonessa e papà leone prendono strade diverse e si accoppiano con chiunque (e ne saranno felicissimi, non lo metto in dubbio,) ma al bambino importa eccome. È anche lui un bigotto, borghese, antiquato e conformista?

 

 

 

 

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