Il film del giapponese Kore-Eda Hirokazu, premiato a Cannes, mette in scena il mondo di oggi, i nuovi poveri che non stanno a blaterare di classi, né aspirano alla rivolta e invece si inventano una vita giorno dopo giorno
Un affare di famiglia
di Kore-Eda Hirokazu con Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Sakura Andô, Moemi Katayama
vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2018
Inizia come una commedia all’italiana e si conclude come un film di Robert Bresson. Perché a volte la vita si dipana esattamente nello stesso modo.
Volutamente il regista lascia in sospeso piccoli dettagli dell’intreccio, perché lo spettatore possa completare la storia a modo suo, anche soffrendo: alla fine di Un affare di famiglia è impossibile non essere turbati.
Siamo in una città qualsiasi del Giappone, in un’epoca recente, ma vaga, perché non ci sono agganci con la cronaca e perché la macchina da presa è concentrata, in modo quasi claustrofobico sui personaggi, le riprese sono ossessive e sembra quasi l’obiettivo fatichi a muoversi in uno spazio ristretto.
Infatti gran parte della vicenda si svolge in un appartamentino, che forse è fin generoso definire così. Più che altro è una scatola a incastro che accoglie vari personaggi, costretti fra giacigli minuscoli e vettovaglie di varia natura. Forse sono una famiglia, forse no, di certo si comportano come tale, ma fin da subito qualcosa non quadra. C’è una nonna scorbutica e affettuosa, l’unica con un reddito fisso, l’agognata pensione. C’è una sorta di capofamiglia che si arrabatta, la sua compagna (o moglie?) che lavora in una tintoria e porta a casa tutto quello che i clienti dimenticano nelle tasche, una bella ragazza che lavora in una specie di peep bar, un ragazzino.
E proprio nelle prime scene il gruppo aumenta di una unità: l’uomo e la donna, la coppia, sulla via del ritorno verso casa vedono una bambina con lo sguardo triste affacciata a un balcone. La stessa bimba era nell’identica condizione al mattino. Decidono di portarla a casa, così, giusto per farla cenare e in un declivio naturale diventa presto un membro della stravagante famiglia che noi spettatori impariamo a conoscere a poco a poco. Il “padre” rubacchia e ha insegnato la tecnica al ragazzino che addestra anche la piccina. La nonna borbotta, ma si occupa di tutti, ha un passato misterioso e forse altri soldi. Gli scambi nella minuscola casa sono vivaci, eccentrici, ma ciascuno a suo modo, ciascuno secondo le sue possibilità, si fa carico degli altri, in una specie di comunismo affettivo.
E la corrente di affettività che si genera fa nascere il sorriso sulle labbra di ciascuno, in una casa e un mondo dove nulla è ordinato, né preordinato. La famiglia-non-famiglia è serena, anche se c’è poco, anche se il cibo è monotono, anche se lavarsi è una fatica. Tutti sono feriti, in senso reale e metaforico, ma si medicano a vicenda: la piccolina è piena di tagli, l’uomo si rompe una caviglia, la ragazza giovane ha delle bruciature.
Fra intermezzi e furti picareschi sembra di stare in una versione nipponica de I soliti ignoti. A metà film, con uno scarto improvviso, tutto precipita, il ragazzino viene arrestato dalla polizia e come in un’inchiesta da cinema verità alla francese, la storia viene ricostruita e a poco a poco si fa largo la verità sui vari personaggi. Ma è quella davvero la verità? Quale rappresenta di più l’uomo e la pietas, la verità emotiva, della pelle e del cuore, o quella legale, basate sulle regole? Che cos’è la giustizia? Che cosa davvero tiene assieme una famiglia e di che materia sono fatte le relazioni umane?
Siamo in pieno cinema etico, ma senza nessun intento predicatorio.
Il regista, che ha vinto la Palma d’oro a Cannes, mette in scena il mondo di oggi, i nuovi poveri che non stanno a blaterare di classi – non sanno cosa siano – e neppure aspirano alla rivolta e invece si inventano una vita giorno dopo giorno. E’ lo spettatore che ne esce con le ossa rotte. A meno di non voler chiudere gli occhi, ahimè, deve ammettere che il mondo di oggi è proprio quello raccontato da Un affare di famiglia. Forse conviene che qualcosa si faccia, anche se decidere cosa non è semplice. Ma c’è davvero oggi qualcosa di semplice o sicuro?
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