RIFLESSI DI CINEMA

Questo film vi farà capire che siete anche voi tutte “In guerra”

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La pellicola di Stéphane Brizé racconta il mondo del lavoro di oggi, con le sue problematiche e le sue criticità universali. Una crisi che coinvolge chiunque, illustrata con puntualità, che ci lascia con l'amaro in bocca

 

In guerra

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Un film di Stéphane Brizé
Con Vincent Lindon, Olivier Lemaire, Mélanie Rover

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Tutti capiamo subito di che cosa parla il film. Perché ci riguarda. Tutti siamo macinati dalla pessima rivoluzione in atto nel mondo del lavoro. Tutti o abbiamo perso il nostro lavoro o conosciamo qualcuno che lo ha perso e tutti abbiamo dovuto in qualche misura “resettarci”, fare passi avanti, o indietro, insomma non essere più gli stessi di prima, accettando revisioni, ristrutturazioni, rilanci, chiamateli come volete, il cui unico obiettivo era quello di tagliare (per noi) e guadagnare di più per loro (per il Capitale o definitelo come vi piace di più).

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Tutti abbiamo avuto a che fare con capi del personale infidi, con amministratori delegati che si intascano compensi da milioni di euro e sono capaci solo di sfoltire e tagliare. Tutti ci siamo indignati leggendo di liquidazioni miliardarie a manager che avevano fatto fallire società, private e statali e tutti ce ne siamo chieste le ragioni. Tutti sappiamo che vent’anni fa un capo guadagnava dieci volte più del suo operaio mentre oggi ne guadagna cento o anche mille volte di più. E ci domandiamo il perché, senza trovare risposte convincenti.

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Tutti compriamo merci che arrivano dalla Cina o da altri luoghi dove il costo del lavoro è più basso (competitivo, direbbero i manager). Ogni tanto pensiamo che forse non sia giusto, ma poi lasciamo perdere, perché in fondo ci fa comodo. Tutti abbiamo rivisto il nostro modo di lavorare, tutti ci siamo detti che forse non è più tempo di lotte, tutti siamo stati travolti dalle ricadute della globalizzazione che per certi versi ci piacciono e capiamo mentre per altri li subiamo e per altri ancora come buoi al macello offriamo la gola per la mazzata fatale. I più non sanno dove sbattere la testa, a che santo (o a che partito) votarsi, guardano in cagnesco il sindacato – spesso più corporativo dei “nemici” – e tirano i remi in barca. Almeno finché la barca c’è. O va, come recitava la canzone più democristiana mai scritta nel nostro Paese.

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Insomma quel che racconta il film lo capiamo benissimo tutti, da qualunque parte della barricata abbiamo la fortuna o la sfortuna di trovarci, qualunque sia la nostra età, perché la guerra non sta risparmiando nessuno. E nessuno ha l’esclusiva di niente, né della sofferenza, né dell’essere di sinistra (o di destra, o progressista o conservatore o qualunquista), nessuno ha l’esclusiva del buon senso, della guerriglia, delle attese e neppure della sconfitta e persino della disperazione.
Alla fine, esausti e senza più parole, concludiamo che sono anni difficili, che attraversiamo quella che si definisce epoca di passaggio e che prima o poi ci sarà un assestamento. O uno tsunami. I più imprecano conto lo strapotere della finanza che ha reso incomprensibile il mercato, altri tuonano cercando i responsabili. Che sia colpa dei migranti? O dei cinesi? E se invece di mezzo ci fosse solo il grande capitale, quello comandato dalla Trilateral dei Rockfeller e dalle banche, unici veri padroni del mondo?
Insomma, non si sa dove sbattere la testa e non si sa cosa raccontare ai più giovani, che invece hanno tutto il diritto di avere speranze. Il peggior crimine è rubare loro i sogni o ancora peggio negar loro il diritto stesso di sognare. E quindi cambiare il mondo per renderlo migliore.

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Ecco, se condividete almeno in parte quello che ho scritto precipitatevi a vedere il magnifico film di Brizé che con una storia esemplare racconta tutto questo, facendone un film e non un saggio e neppure un documentario: sullo schermo immagine dopo immagine passa il mondo del lavoro oggi. In apparenza il soggetto è noioso, di quelli che fanno sbuffare e non attraggono: la lotta dei 1100 dipendenti di una fabbrica di cui è stata decisa la chiusura, nonostante da due anni tutti abbiano accettato di tagliarsi gli stipendi per salvarla e con lei il posto di lavoro.

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Il film è accurato e appassionante
e riesce a incastrare come in un variopinto mosaico le tessere delle ragioni di ciascuno, andando a toccare ogni pertugio del mercato del lavoro del mondo di oggi, allineando tutti i protagonisti in un mercato che è fatto non di numeri ma di persone e questo il regista lo ha bene in mente. Ogni pedina ha un volto e vediamo sindacalisti, interlocutori industriali, legali che evidenziano cavilli e mediatori statali che fanno quel che possono, ricattati da mille equilibri. Non vengono accantonati neppure i mass media che, inevitabilmente, non possono raccontare la vicenda in tutte le sue sfaccettature e si affidano a slogan e riassunti mai esaustivi.

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Cuore pulsante del film è Vincent Lindon, grandissimo attore che da anni vive un sodalizio artistico col regista. Suo il ruolo del sindacalista onesto e altruista che viene schiacciato dall’ingranaggio, messo sotto torchio non solo dagli avversari ma anche dagli stessi compagni di lavoro. Nulla è trascurato, dalle ragioni del mercato, alle vicende personali (lo ripeto, il film racconta persone e non astrazioni), dai ricatti ai cavilli legislativi, dagli incentivi con cui le aziende ingolosiscono i futuri licenziati al terrore degli esodati, senza lavoro e senza pensione.
Impossibile uscire dalla sala e mettersi a pensare ad altro. Però, ahimé, anche guardando attentamente tutte le carte in tavola, non si sa davvero quale possa essere la mossa giusta. Tempi grami sotto il sole, ma non è una ragione sufficiente per arrendersi.

 

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