RIFLESSI DI CINEMA

Se il display del cellulare diventa il vero ombelico del mondo…

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"Selfie" del regista Agostino Ferrante interpreta l'iphone come uno specchio che restituisce le vite di tutti e dove riprendersi diventa un modo di analizzarsi e fare passi avanti nella comprensione di se stessi

SELFIE

 

locandina selfieScritto e diretto da Agostino Ferrente
interpretato e filmato da Alessandro Antonelli, Pietro Orlando

3 stelle cinema______________________________________________________________

Agostino Ferrente è quel che un tempo si definiva un regista militante: crede si possa entrare con la macchina da presa nel cuore della realtà e magari anche cambiarla. Alle spalle tanti documentari e tutti che colpiscono nel segno. A lui si deve la fondazione dell’Orchestra multietnica di piazza Vittorio e il docufilm che ne è seguito.
Non smentisce il suo slancio con questo nuovo lavoro che fa un passo in avanti anche da un punto di vista stilistico: il selfie del titolo non è casuale. Il film è stato realizzato con un iPhone dai due protagonisti, ovviamente seguiti dal regista e da tutta la troupe, cosa che, peraltro, non scalfisce l’immediatezza, l’urgenza, la sincerità di tutto quello che vediamo e ascoltiamo.

selfie

Siamo a Napoli, nel Rione Traiano, dove, nell’estate del 2014 un ragazzo di sedici anni, Davide, muore, colpito durante un inseguimento dal carabiniere che lo ha scambiato per un latitante. Come tanti adolescenti, cresciuti in quartieri difficili, aveva lasciato la scuola e sognava di diventare calciatore. La sorte che aveva colpito lui avrebbe potuto avere come bersaglio uno qualsiasi dei ragazzi del quartiere. Il registra lavora intorno a questa drammatica constatazione attraverso lo sguardo dei due protagonisti, Alessandro e Pietro, gli stessi 16 anni di Davide, come lui nati nel Rione Traiano, amici fraterni, diversissimi e complementari, che abitano a pochi metri di distanza, uno di fronte all’altro, separati da Viale Traiano, dove fu ucciso Davide.

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Come tutti i ragazzi di oggi hanno dimestichezza con i telefonini, i selfie e le riprese e non hanno nessuna difficoltà a inquadrarsi e raccontarsi, in presa diretta, fra ingenuità, speranze e sconcertanti rivelazioni. Accanto a loro sfilano altri protagonisti, la maggior parte giovani, ragazze che spiegano come potrebbero amare un delinquente e stargli fedele anche se finisse in galera per 20 anni, bambini che maneggiano con disinvoltura pistole vere, altri più grandi che parlano di armi come una volta avrebbero potuto dire di macchinine. Il display del cellulare è lo specchio che restituisce le vite di tutti e riprendersi diventa un modo di analizzarsi e forse fare passi avanti nella comprensione di se stessi.

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Il regista segue da vicino i suoi protagonisti ma si ha l’impressione che li lasci liberi, loro ne approfittano e il regista pure e il racconto scorre fluido, emozionante a volte, disturbante altre, sempre rivelatorio di una realtà che spesso farebbe comodo ignorare.
Si esce dalla sala colmi di tristezza, con negli occhi le immagini di un quartiere allo sbando, una zona franca – e ce ne sono molte in Italia – dove tutto può accadere e dove ci si stupisce che non accada anche il peggio definitivo. Eppure la vita vince, ci sono relazioni, storie di riscatto, fatiche e un’affettuosità anche molto fisica che è il filo rosso che tiene unito chi non si rassegna.
Ma lo spettatore non può non percepire l’impotenza, l’angoscia, lo spettro di un mondo alla deriva. Ma forse lavori come questo contribuiscono a cambiare qualcosa, a far uscire gli scheletri dagli armandi.
Anche noi, come Agostino Ferrente, crediamo che a volte il cinema non si limiti a interpretare il mondo ma riesca anche a cambiarlo.

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