Il film di Barry Jenkis tratta il tema dei soprusi e delle violenze subiti dai neri d’America, ma dimentica di essere un prodotto di intrattenimento che deve essere piacevole da vedere e non lasciare lo spettatore esausto
Se la strada potesse parlare
Regia di BARRY JENKINS Con REGINA KING, KIKI LAYNE, STEPHAN JAMES Tratto dall’omonimo romanzo di JAMES BALDWIN
Posso dire la verità? Sì, dai, fatemela dire: io mi sono annoiata mortalmente. Ok, ne Se la strada potesse parlare è tutto giusto, non tanto quello che viene raccontato (gli afroamericani, ammettiamolo, sono rappresentati con esagerata indulgenza, tutti sulla via della santità…), ma è giusto che i neri americani si impossessino della loro storia e la raccontino a modo loro. E’ giusto rivisitare lo scandaloso passato di violenze, angherie e segregazione. E’ giusto narrare la mitologia delle origini e scavare nella storia. Però, questo è un film, quindi un prodotto di intrattenimento che deve essere piacevole vedere e non è neppure giusto che poi si esca dalla sala esausti, come è successo a me.
Ma entriamo nella vicenda, semplice, tratta dal romanzo dell’Omero della cultura afro, James Baldwin. Un ragazzo e una ragazza, cresciuti assieme, si amano fin da quando sono bambini, anche se lo ammettono solo alla soglia del 20 anni. Il loro è un sentimento totale, passionale, ma anche amichevole, affettuoso, solidale e solido. Appartengono a due famiglie diverse, una più aperta, l’altra, quella del maschio, più bigotta e quando la giovane resta incinta le reazioni sono diverse.
Il problema vero è però l’accusa di stupro – falsa – montata da un poliziotto bianco ai danni del ragazzo che finisce in carcere. E la fidanzata, leale, innamorata, è pronta a fare tutto quello che può per dimostrarne l’innocenza e ad aspettarlo per tutto il tempo necessario. Con un bellissimo bimbo che diventa grande col papà dietro le sbarre.
Ora, se è verissimo (e lo è ancora oggi) che i neri sono stati spesso accusati ingiustamente e vessati e emarginati, è anche vero che non tutti i neri sono da mettere sull’altare (cosa che del resto vale anche per i bianchi, gli eschimesi, gli ispanici, gli arabi e credo anche per i marziani). L’aspetto insostenibile di Se la strada potesse parlare è lo sguardo elegiaco sulla realtà che, lo so, andava riscattata ma neppure beatificata a danno dello spettatore inerme su cui si rovesciano scene lunghissime, lentissime, anche inutilmente poetiche. A piccole dosi apprezziamo il lento avvicinamento iniziale fra i due ragazzi e il loro amore in bocciolo, i lunghi primi piani, la luce giusta, i sorrisi esitanti, gli interni domestici, la descrizione dei caratteri, ma poi, stremati, vogliamo solo che il film finisca.
Quindi, che bravi gli attori, che bella la fotografia, ma quanto è fotogenica la pelle scura e che splendore i corpi afro. Ma quanto è giusto scavare in un passato di cui ancora non si sa tutto e quante vessazioni ai danni della gente di colore. Però, suvvia, questo è solo un film, caro Barry Jenkis. Noi ti stiamo seguendo, abbiamo guardato Moonlight e ora questo mélo politico e quanto ci siamo sentiti molto incolpa per il solo fatto di essere bianchi, però … ecco, io credo che al tuo prossimo film mi darò malata.
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