Favino nei panni di un padre affettuoso e impacciato dimostra ancora una volta tutto il suo talento, premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione
PADRENOSTRO
un film di Claudio Noce
con Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi, Mattia Garaci, Francesco Gheghi, Anna Maria De Luca, Mario Pupella, Lea Favino, Eleonora De Luca
con l’amichevole partecipazione di Antonio Gerardi e con la partecipazione di Francesco Colella
soggetto e sceneggiatura di Claudio Noce ed Enrico Audenino
Ci sono ricordi che non svaniscono mai. Il 14 dicembre 1976, a Roma, nel buio degli “Anni di piombo”, i Nap, ovvero i Nuclei armati proletari, assaltano la macchina del vicequestore Alfonso Noce, all’epoca responsabile della sezione regionale dell’antiterrorismo. Nella sparatoria, si contano cento colpi di mitra, muoiono l’agente di polizia Prisco Palumbo e il terrorista Martino Zicchitella, colpito dal fuoco dei suoi compagni. Noce, ferito, resta sull’asfalto. Sopravviverà.
Il figlio Claudio, che allora aveva solo 2 anni (ma un fratello di 10) rivisita con gli occhi di un ragazzino quell’episodio, operando una scelta radicale, più vicina a Stand by me o a un film di Stephen King che non a La meglio gioventù o a qualunque altra opera “cronachistica” su quel momento terribile della nostra storia.
La cronaca c’è, l’attentato lo vediamo, reale e reinventato dalla fantasia del ragazzino, ma oltre a questo ben poco d’altro. Qualche frame di un Tg, una frase che arriva a mezza voce da un telefono. Perché quello che domina è lo sguardo del protagonista, un bravissimo Mattia Garaci, che fatica a capire cosa sia successo. Il suo timido tentativo di chiedere apertamente alla madre perché il padre non torni a casa ha come risultato una sberla in faccia.
Così si usava allora, così erano i rapporti genitori figli. Perché gli adulti manco ci pensavano ai traumi che provocavano e tanto meno a coinvolgere in qualche modo i figli nelle questioni di famiglia, le “cose da grandi”. Altro che tabù, vigeva la censura totale su tutto, a maggior ragione su un fatto grave come un attentato. Ma le ricadute sui bambini c’erano e le reazioni, di fronte al muro imposto dai genitori, erano di chiusura totale. Ai piccoli non restava altro che rifugiarsi nella fantasia perché neppure con gli amici si parlava, contagiati dal clima di segretezza e terrore da cui si era circondati.
Al piccolo Valerio, a cui nessuno dice niente, non resta che vivere in un suo mondo, fatto di amici veri (pochissimi) e immaginari e di frustranti tentativi di spiare il mondo tetragono degli adulti.
Claudio Noce, in un film per lui di sicuro profondamente necessario, una terapia in forma di finzione, lascia muovere il suo giovane eroe libero, in un lungo sogno incubo dove il passato viene reinventato per poter essere metabolizzato. Dove lo stupore si mescola alla paura e al disperato bisogno di riconciliazione. Su tutto un’incontenibile voglia di libertà, corse nei prati, frenetici giri in bici in Calabria durante una incantata vacanza coi genitori. Uno sguardo curioso sul mondo e lo struggente bisogno di una mano amica che lo accompagni nell’accidentato percorso di crescita.
Claudio Noce ha operato una scelta coraggiosa, anticonvenzionale che pochi hanno capito (il film è stato troppo criticato) e che invece è giusto premiare. Commuove questa madeleine dolorosa in un clima tutto anni Settanta dove è più meticolosa la ricostruzione degli ambienti, abiti, accessori, colori, case, mobili più che quella storica. Pierfrancesco Favino, che ha creduto nel film, è un padre affettuoso ma impacciato perché allora gli uomini avevano poca familiarità coi codici degli affetti e pensavano bastasse trasmettere ai figli maschi brandelli di virilità (guarda cosa devi fare se, radendoti, ti taglierai). Mentre i figli erano assetati di insegnamenti e rivelazioni che non arrivavano. Favino, premiato a Venezia con la coppa Volpi per la migliore interpretazione, ha anche prodotto il film e ha affidato il ruolo della sorellina del protagonista a sua figlia Lea, bimba dalle guance tonde come quelle del padre.
E’ una delle poche volte che nel cinema la ricostruzione di quegli anni così pesanti segue una strada onirica invece che realistica, con un risultato finale che è sconcertante e emozionante al tempo stesso.
Questo sito utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza. Daremo per scontato che tu sia d'accordo, ma puoi annullare l'iscrizione se lo desideri.AccettaLeggi
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Functional cookies help to perform certain functionalities like sharing the content of the website on social media platforms, collect feedbacks, and other third-party features.
Performance cookies are used to understand and analyze the key performance indexes of the website which helps in delivering a better user experience for the visitors.
Analytical cookies are used to understand how visitors interact with the website. These cookies help provide information on metrics the number of visitors, bounce rate, traffic source, etc.
Advertisement cookies are used to provide visitors with relevant ads and marketing campaigns. These cookies track visitors across websites and collect information to provide customized ads.