Grazie alla regia di Julian Schnabel e all’interpretazione di Willem Dafoe, si riesce a guardare il mondo con Vincent, vedendo paesaggi che si confondono coi suoi quadri, amici che diventano disegni, donne che ispirano ritratti in un’attrazione sempre mediata dalla pittura
VAN GOGH ALLA SOGLIA DELL’ETERNITA’
regia di JULIAN SCHNABEL con WILLEM DAFOE, RUPERT FRIEND, OSCAR ISAAC, MATHIEU AMALRIC, EMMANUELLE SEIGNER, MADS MIKKELSEN, STELLA SCHNABEL
Avete visto Loving Vincent? No? Malissimo, perché era un film d’animazione molto molto speciale in cui la vita del pittore dei girasoli veniva raccontata animando i suoi quadri facendo tutt’uno dell’uomo e della sua arte. Julian Schnabel, pittore di strabordante personalità a cui Pappi Corsicato ha appena dedicato un ottimo documentario (prodotto da Valeria Golino e Riccardo Scamarcio) si accosta a Van Gogh con lo sguardo dell’artista, cercando di entrare nel suo immaginario e di ricostruire il suo furore creativo.
Vincent Van Gogh soffriva, dipingeva, accumulando colore sulla tela al limite della tridimensionalità, scavava affamato nella natura e poi stava male perché non trovava quello che cercava, viveva isolato, ostaggio del germe della follia che scorreva nelle sue vene rendendo complicati i rapporti con gli altri perché in pochi hanno la pazienza di ascoltare il genio quando non sta nella norma. E lui, il pittore dei gialli e dei blu, del sole e dei cieli, nelle regole non ci sapeva stare, non lo aveva mai imparato.
Chi lo amava, come il fratello Theo, come per un certo periodo Paul Gauguin e pochi altri, lo amava tantissimo, perché ne capiva la fragile dolcezza e si incantava per l’irrefrenabile ardore creativo. Vincent ricambiava e si sforzava di contenere un’aggressività che non era mai violenza ma solo incapacità di prendere le misure. Schnabel si è immedesimato nel suo universo e con lui lo ha fatto Willem Dafoe, suo attore feticcio che, pur avendo 64 anni, è credibile come non mai nei panni di un artista che di anni ne aveva la metà.
Che operazione ha compiuto Schnabel? Ha provato a entrare nella mente di Van Gogh e a guardare il mondo come lui: ecco perché tante sequenze del film sono traballanti, quasi incerte, come girate correndo con una macchina a mano, ecco perché spesso lo spettatore sta anche male mentre assieme all’artista (e all’attore e al regista) si affanna per trovare uno spazio, la pennellata giusta, il modo per comunicare con un altro essere umano.
Ma ogni ricerca era così difficile e così indispensabile per il pittore da essere sempre troppo ingombrante per consentirgli contemporaneamente anche di vivere. Queste tutte le intenzioni del regista che si percepiscono fotogramma dopo fotogramma, ma c’è un altro modo di guardare il film, un modo più emotivo: diventare Van Gogh. E semplicemente guardare il mondo con lui. Così facendo vediamo paesaggi che si confondono con i suoi quadri, amici che diventando disegni, donne che ispirano ritratti in un’attrazione sempre mediata dalla pittura.
Film esperienza non facile, film evento, film che sprigiona tutta la passione di Schnabel e la bravura di Dafoe (premiato alla Mostra di Venezia con la Coppa Volpi come miglior attore e nomination ai Golden Globe). L’arte appaga e arricchisce chi ne gode, ma non sempre rende felice l’autore. Di sicuro sdraiato a guardare il cielo blu nel campo di girasoli nel paradiso dove sicuramente ora vive, Van Gogh si sarà voltato a guardare giù per sorridere a Schnabel e Dafoe: loro lo hanno capito, loro lo hanno amato.
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