Impedire ai conduttori di fare il loro mestiere, ingaggiare personaggi improponibili, non dare spazio alle donne, invitare come ospiti cantanti che non hanno meriti maggiori dei colleghi in gara, mettere sullo stesso livello Giovani e Big: piccoli, ma significativi sbagli dell’organizzazione
E anche questo Sanremo l’abbiamo archiviato. Capisco che scrivere un pezzo a chiusura di un Festival muovendo delle critiche all’organizzazione, mi fa un po’ cadere nel cliché di quello che Sanremo non lo vede mai, ma poi chissà perché deve sempre dire la sua. Io, però, Sanremo lo seguo da quasi cinquant’anni, e ci sono cose che, secondo me, oggi non si dovrebbero davvero sbagliare, soprattutto traendo insegnamento dagli errori del passato.
Per esempio, anche quest’anno, quel palco ha costretto alcuni personaggi a fare cose che non erano il loro mestiere. La prima a soffrirne è stata Virginia Raffaele, che è risultata ingessata, rigida o quasi antipatica, costretta per quattro serate al ruolo di conduttrice o parte di gag dal gusto a dir poco vintagecon i suoi partner. Quando finalmente, nella serata di sabato, le hanno lasciato cinque minuti per fare le sue imitazioni l’abbiano vista nella sua perfetta dimensione ed è arrivata anche per lei la standing ovation. Penso la stessa cosa di Bisio, grande attore e cabarettista, ma nel ruolo che gli è stato assegnato gli mancava qualcosa. Nei due momenti che secondo me sono il “minimo storico” di questo Festival lui era presente: lo sketch della punteggiatura con Baglioni e quello della pioggia nella serata finale. Sarebbero sembrati già vecchi in Giardino d’Inverno.
Svecchiare è la parola d’ordine dal 1976, ma…
A questo proposito, parliamo un attimo dell’eterna missione di svecchiare Sanremo. Ne sento parlare fin dal 1976, quando alla direzione artistica c’era Vittorio Salvetti. Facciamocene una ragione: i giovani Sanremo non lo guarderanno mai, quindi portare sul palco orde di ragazzini o personaggi improbabili allo scopo di catturare l’interesse dei loro coetanei, serve al limite a sdoganare qualche personaggio nel mondo dei “vecchi”, ma non ottiene certo l’effetto voluto. Anzi, a volte può rivelarsi controproducente, provocando fughe per noia del pubblico fidelizzato da anni. Quest’anno, nella raffica di Ghemon, Motta, Zen Circus, Achille Lauro ecceter, si è cercato di abbinare lo svecchiamento anche all’apertura al mondo indie e trap, ai testi politicamente impegnati o ai contenuti di spessore. Anche questo non paga: il passato insegna sempre, vedi gli Avion Travel (qualcuno se li ricorda?).
Una piccola parentesi anche per la sparuta quota rosa del cast, che Francesco Renga ha trovato il modo di giustificare in modo imbarazzante. La vincitrice morale di questo Festival secondo me è Loredana Bertè, rinata già da qualche anno e che qui avrebbe decisamente meritato di più: il pubblico dell’Ariston che l’ha applaudita a lungo in tutte le sue esibizioni è stato più eloquente di qualsiasi giuria. Hanno lasciato il segno per la consueta classe ed eleganza anche Paola Turci, e una spumeggiante Arisa, soprattutto nella serata dei duetti. Una citazione per Red, il nuovo album uscito venerdì di un’altra protagonista del Festival, Patty Pravo. Vi invito ad ascoltarlo perché contiene alcune brani davvero splendidi, soprattutto La carezza che mi manca, di Ivan Cattaneo, che Patty avrebbe fortemente voluto portare al Festival al posto del duetto con Briga.
Perché qualcuno fa l’ospite e qualcuno deve gareggiare?
Affrontiamo poi la questione ospiti. Tutti bravissimi, ok. Ma perché un cantante italiano qualsiasi può accedere a quel palco (pagato profumatamente) per promuovere il suo nuovo album o il suo tour, avendo un segmento di 10/15 minuti circa a sua disposizione, mentre un altro si deve mettere in gioco partecipando alla gara e giocandosi la faccia in 3/4 minuti? Non parlo dei “mostri sacri” che oggi potrebbero essere una Pausini o un Tiziano Ferro, ma a personaggi come Alessandra Amoroso, che su quel palco in gara non c’è mai stata e non è certo un personaggio conosciuto a livello internazionale o che riempie gli stadi. C’è stato un periodo in cui i “super ospiti” di Sanremo erano i Queen, Bruce Springsteen, Madonna o Elton John. Credo si sia persa un po’ la dimensione della cosa. Personalmente penso che lasciare il palco dell’Ariston solo ai cantanti italiani che scelgono di mettersi in gioco nel concorso per promuovere i loro nuovi lavori sia semplicemente una questione di rispetto nei loro confronti, rispetto che a mio parere in questa edizione è mancato.
Infine, una considerazione sull’accantonamento della categoria Giovani, che ha portato in gara i due vincitori di una manifestazione parallela creata ad hoc. Era già successo, ve lo ricordate? E con il medesimo risultato: il giovane che ha la meglio sui cosiddetti Big. Era il 1983 e Tiziana Rivale vinceva con Sarà quel che sarà. Per due anni consecutivi nel 1997 e nel 1998 i vincitori venivano da Sanremo Giovani, i famigerati Jalisse di Fiumi di parole e Annalisa Minetti con Senza te e con te. Vediamo se Mahmood riuscirà a fare di meglio. Me lo auguro per lui.
Intanto, aspettiamo l’edizione del settantennale, sperando che in quell’occasione si cerchi di imparare un po’ di più dagli errori del passato, anche quello più recente! The show must go on…
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