A 40 anni dalla legge Basaglia, siamo ancora ai matti da slegare

Il 13 maggio 1978 si decise la chiusura degli ospedali psichiatrici, ma la strada verso l’umanizzazione della malattia mentale resta lunga. Parola della dottoressa Nicoletta Calchi Novati, che ha pagato per la sua… ereticità

 

Domenica 13 maggio saranno 40 anni dalla promulgazione della legge Basaglia che ha definitivamente chiuso i manicomi a favore del recupero sociale dei pazienti, ma la strada verso la completa umanizzazione della malattia mentale è ancora lunga. Come spiega la psichiatra Nicoletta Calchi Novati, che, pur avendo pagato per il suo atteggiamento “eretico” nei confronti dei colleghi che prescrivevano “pillole della felicità” e procedimenti di contenzione a persone che, nell’80% dei casi, dovevano semplicemente essere ascoltate e rassicurate, resta convinta che esista la possibilità di raggiungere il traguardo. Attraverso la comprensione e la condivisione.


Dottoressa Calchi Novati, ci racconta la sua storia?
Fin dai tempi del liceo mi sentivo capace di prendermi cura della sofferenza altrui, avendola provata su di me, e con questo spirito ho intrapreso la professione. Ho iniziato il mio lungo matrimonio con la psichiatria nel 1983, come tirocinante al Policlinico. Dopo la specializzazione sono stata assunta all’ospedale Niguarda e mi sono resa conto che la legge 180 (la legge promossa da Franco Basaglia, promulgata nel ’78, che ha cambiato l’assistenza psichiatrica e chiuso i manicomi) e i metodi che avevo studiato di gestione dei pazienti, non erano applicati dagli altri addetti sanitari. C’era freddezza, distacco e un senso insopportabile di superiorità da parte loro verso i malati.

La situazione peggiorò nel 2008. Che cosa accadde?
In quell’anno la Direzione del Niguarda riorganizzò quasi tutti i reparti, nominando nuovi dirigenti. Se già da tempo notavo colleghi che preferivano legare un paziente piuttosto che ascoltarlo, mi accorsi che i nuovi primari esasperavano la situazione, prescrivendo molto più facilmente di prima l’uso di farmaci e di trattamenti contenitivi prolungati (di 15 e più giorni) a chi non ne avevano affatto bisogno. Il risultato di questo approccio procurava nel paziente uno stato costante di stordimento, se non di disperazione e dolore. Ho visto una ragazza di 19 anni, ricoverata al Pronto Soccorso in preda alla disperazione per il marito coinvolto in un incidente mortale, sottoposta a Valium. Ed era al 7° mese di gravidanza… Ho visto pazienti con occhi roteanti, sangue alla bocca, che per giorni non mangiavano né bevevano se non per flebo. Ho sentito infermieri umiliarli e pronunciare giudizi morali su di loro, prenderli per il collo, legarli al letto e tenerli legati ben oltre i 15 minuti necessari al tranquillante per fare effetto.
Ho visto indifferenza quando un paziente si è tolto la vita in corsia, la notte di Pasquetta.
Ho assistito alla rimozione di un collega esperto di rischio clinico per il fatto che aveva osato segnalare la verità. Ho visto morire persone a causa della cattiva psichiatria. Molte per fortuna sono uscite in tempo da quel reparto e alcune sono in cura nel mio studio.

Come spiega un comportamento così disumano?
Uno psichiatra può passare dal prescrivere un trattamento a infliggerlo. Il confine sottile che divide la pena dalla cura dipende dall’etica di chi opera. Il punto è che l’operatore spesso proietta sul paziente le proprie ombre, assumendo il ruolo di “giudice”, di “sanzionatore” o di “educatore”, mentre gli unici due motori che guidano il paziente verso la rimozione del disagio e la guarigione, sono la condivisione della sofferenza (chiamata in psichiatria – e il giudizio è nel nome – collusione) e l’ascolto.

Si dice che di notte slegasse i pazienti legati al letto, è vero?
No, non mi sono mai manifestatamente ribellata, ma è vero che vigilavo sui trattamenti non disposti da me o non registrati dagli operatori sanitari sulle cartelle dei miei pazienti e segnalavo puntualmente gli abusi, dando contrordini agli addetti anche se ero fuori turno.


A un certo punto non ce l’ha più fatta, per i pazienti, per lei. Cosa è successo?
Ho iniziato ad avere disturbi del sonno, sono stata insultata e derisa, ho subito ogni tipo di sopruso nel rapporto con i miei pazienti, che venivano assegnati ad altri medici senza che nessuno ne sapesse niente. Ho aiutato a denunciare i comportamenti degli operatori sanitari in un esposto. Sebbene esausta, ho commesso la leggerezza di scrivere sul mio profilo Facebook che io e mia figlia stavamo subendo cattiveria da parte dei colleghi e dei capi e le reazioni non si sono fatte attendere: ho subito 8 procedimenti disciplinari a mio carico, dei quali 7 pretestuosi e inesistenti e 1 (quello di Facebook) che mi è costato il licenziamento dall’Ospedale, la perizia psichiatrica e la sospensione dall’Ordine dei Medici per tre mesi. È una vicenda che mi ha scosso profondamente e che ho lasciato alle spalle due anni fa, non senza affrontare un recupero di autostima, in cui i miei assistenti e pazienti mi hanno aiutato tantissimo.

È cambiato qualcosa da quei fatti nei centri di salute mentale?
Sostanzialmente no. I metodi “manicomiali” disumanizzanti continuano a essere impiegati e non esiste un garante contro gli abusi. Il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) può essere disposto anche dal sindaco di un Comune se esistono contemporaneamente tre condizioni ben precise: 1, la persona si trova in una situazione di alterazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici, 2, gli interventi proposti vengono rifiutati; 3, non è possibile adottare tempestivamente misure extraospedaliere. Spesso – ed è emblematico il caso del maestro Franco Mastrogiovanni, morto dopo un agonia di 87 ore per un TSO disposto illegalmente – tali condizioni, a controlli posteriori, non si rivelano giustificate. Per fortuna ci sono molte colleghe e colleghi che sviluppano metodi alternativi, basati più sui comportamenti che sulla reazione biochimica, ma vorrei maggiore aggregazione e interesse su questo tema.

Molti sono i dibattiti in corso per cambiare la 180. Cosa manca?
La legge va bene così com’è, difficile farla meglio. Affinché cambi la psichiatria è necessario che cambino gli psichiatri e l’atteggiamento d’ascolto di tutti gli operatori, altrimenti si rischia di tenere in cura pazienti che, passata la crisi, potrebbero reinserirsi normalmente nella società. Per ciò che dicevo prima, è necessario che ogni psichiatra affronti un periodo di analisi personale per neutralizzare le scorie dei propri disagi che naturalmente proietta sul paziente affinché, per esempio, non provi mai un sottile piacere nel prevaricarlo fisicamente o psicologicamente. La mia analisi è durata 22 anni. La formula che applico è quella che ritengo essenziale per questa professione: ascoltare il paziente per comprendere la sua unicità storica e le origini della sua sofferenza. L’ascolto deve essere libero da condizionamenti interni (dello psichiatra) o esterni (delle case farmaceutiche) ed essere integrato con l’interpretazione del sintomo per stabilire correttamente diagnosi, prognosi e adeguati trattamenti. Vorrei che gli infermieri che considerano sinceramente la sofferenza e il dolore siano sempre di più e meglio formati e che i miei colleghi diffondessero serenità nei pazienti. Vorrei che si parlasse di più coi loro familiari, affinché non abbiano paura del nostro reparto, dove la relazione umana è essenziale. Solo così si può superare lo stigma della malattia mentale. Insieme a questo approccio di buon senso, ma che tanto consenso non ha, è necessario informare correttamente tutti i livelli della società, dagli addetti ai lavori alle persone che non sanno quanto è labile il confine tra disperazione e cura e che chiunque, per un dramma personale la cui reazione appare eccessiva agli occhi di chi decide un TSO, può trovarsi con una fiala di Valium in corpo, legato a un letto. Sto lavorando per far nascere una fondazione che preveda uno scudo, sanitario e legale, per coloro che subiscono o hanno subito abusi dall’assistenza psichiatrica e che promuova la formazione su quell’assistenza psichiatrica che Basaglia aveva in mente quando pensò alla riforma.

Prima di salutarci, vuole fare un augurio a Signoresidiventa?
Ho una frase, di Pablo Neruda, con cui mi sveglio ogni mattina e che voglio dedicare ai vostri lettori. “La speranza ha due bellissime figlie: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle”. Grazie.

[1] http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/11/15/news/tutti-condannati-per-la-morte-del-maestro-franco-1.288593

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7 risposte

  1. E da alcuni anni che sto combattendo una battaglia che mi dicono persa per mia moglie che
    soffre di un disturbo comportamentale, curato con ricpoveri in ospedali e con pillole che non hanno risolto nulla. Sono esausto e demoralizzato e tutti mi dicono di lasciarla, ma io non voglio fare questa scelta .Queste persone, anche se da sole, danno speranza a noi che viviamo nella disperazione. Complimenti e grazie per quello che fa.

  2. Conosco, anzi ho il privilegio di vivere con questa grande donna, medico, psichiatra, psicoterapeuta junghiana. Una vita dedicata alla sua passione anzi missione: ascoltare e curare i pazienti.

  3. Bellissimo articolo profondo e toccante credo che sempre di più sia necessario che psichiatri, psicologi e tutti coloro che lavorano per la salute psicofisica sviluppino una visione sistemica e spirituale di ciò che noi chiamiamo “malattia” si vedano a questo proposito gli scritti di Stanislav Grof; ho inoltre la sensazione che nelle strutture di cura nasca spesso la sindrome del carceriere e quindi alla fine nasca molta confusione su cio’ che e’ bene!

  4. Penso che non solo i dottori, i pazienti e l’intera società debba cambiare affinché queste patologie possano essere trattate con maggior disinvoltura ed elasticità. I due punti su cui a mio avviso occorre lavorare sono una corretta informazione e il tabù che ancora esiste, strettamente connesso alle paure che aleggiano nell’inconscio collettivo.

  5. Purtroppo ho vissuto un esperienza traumatica, con il mio papà. Cio’ che lei dice, dottoressa, è verissimo e vissuto da me in prima persona. Nel 1978 mio padre morì a soli 56 per i sistemi che lei dice, e porto ancora dentro di me il trauma, non solo per la sua morte, ma anche per ciò a cui ho assistito, ovvero alla messa in pratica dei sistemi che lei descrive. La mia testimonianza conferma le verità terribili che lei con coraggio ha portato alla luce.

  6. Che il Signore protegga ed illumini ancora questa dott.ssa affinché possa aiutare ancora il maggior numero di persone in difficoltà.

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