Nel film di Robert Zemeckis realtà e fantasia si intrecciano, le bambole assumono le fattezze di tutte le persone che circondano il protagonista, dalla madre all’infermiera, dai suoi amici alle ragazze di cui si innamora
Benvenuti a Marwen
regia di Robert Zemeckis con Steve Carell, Leslie Mann, Diane Kruger, Merrit Wever, Leslie Zemeckis, Janelle Monae, Eiza Gonzales, Gwendoline Christie, Neil Jackson.
Robert Zemeckis è il regista della serie di Ritorno al futuro, di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, di Forrest Gump. Amico di Steven Spielberg, è uno dei grandi del cinema hollywoodiano. Negli ultimi anni però i suoi film non funzionano: non che siano brutti, tutt’altro, ma ha cominciato a non avere più voglia di sedurre il pubblico, preferendo inseguire progetti eccentrici che però sente profondamente suoi, al limite dell’autismo. Quindi o stai con lui oppure… sei un nemico.
L’iter del suo ultimo film, Benvenuti a Marwen, che secondo me è magnifico, non si discosta dalle sue più recenti disavventure ed è una catastrofe al botteghino al punto da far rischiare la bancarotta alla major che l’ha prodotto, l’Universal (e non è costato poco).
Se siete arrivati fin qui, vuol dire che siete curiosi di capire come vada a finire questa storia. Non fermatevi, perché ne vale la pena.
Allora, come per tantissime recenti pellicole Made in Usa,alla base del film c’è un fatto vero: infatti all’inizio compare la famosa scritta based on a true story. E che storia, maledizione!: una di quelle così incredibili che nessuno sarebbe riuscito a inventarla, una vicenda che già aveva ispirato un bel documentario nel 2010 (Marwencol: qui potete vederlo in gran parte con tanto di intervista al regista che ha anche collaborato al film di Zemeckis )
Eccola, la storia vera. Mark Hogancamp, illustratore americano che vive in una cittadina vicina a New York, una sera esce ubriaco dal pub e viene picchiato così selvaggiamente da cinque teppisti che rischia di morire. Nove giorni di coma e 40 d’ospedale, più una serie di interventi ricostruttivi lo salvano, ma il trauma è così profondo da fargli perdere la memoria e renderlo incapace di tornare a disegnare. I medici lo seguono e a un certo punto, sia come sopravvivenza che come terapia e anche come nuova ispirazione artistica, Mark comincia a lavorare a una serie di installazioni che poi fotografa.
Di cosa si tratta? Inventa un nuovo mondo che è anche una catarsi per la violenza subita. Costruisce nel giardino di casa, con modellini, Barbie e bambolotti l’immaginaria città belga di Marwen, dove il suo alter ego, soldato delle truppe alleate, è precipitato col suo aereo, trovando come insospettabili salvatrici le guardiane della città, una banda di donne seducenti che ricordano le femmine guerriere dei film di Quentin Tarantino.
Mark, le fanciulle e i nazisti sempre presenti, feroci al limite del sadismo, vivono una serie di complesse avventure che Mark mette in scena, fotografa e che diventano materiale per le sue mostre tutte di successo. Realtà e fantasia si intrecciano, le bambole man mano assumono le fattezze di tutte le persone che circondano il protagonista, dalla madre all’infermiera, al medico, ai suoi migliori amici alle donne di cui si innamora.
Per portare sullo schermo questa storia di bullismo, violenza, arte, riscatto e slalom sessuale perché anche il genderha un ruolo cruciale nell’intreccio, Zemeckis utilizza a piene mani gli effetti speciali che alterna e a volte sfuma nelle scene con attori in carne e ossa, allestendo una caleidoscopica casa di bambola che ha la corposità di quelle meravigliose dell’età vittoriana, solo che invece dell’Ottocento racconta la Seconda guerra mondiale e il mondo attuale.
Certo che è complicato, certo che è sofisticato, certo che a volte è pasticciato per eccesso di intenzioni e di materiale, ma l’insieme è incredibilmente affascinante.
Per godersi il film, fitto di citazioni, omaggi, riferimenti storici e cinefili, non bisogna opporre resistenza, ma al contrario buttarsi a peso morto nel gioco e diventarne una pedina, indifferenti ai testacoda fra storia vera e creazione artistica che si intrecciano come in un tramezzino a sette strati, fritto nell’olio di palma e poi spalmato di ketchup, maionese e di tutte le salse reperite nei dintorni. Lunga vita a Zemeckis e a tutti quelli che nel cinema riversano la loro follia.
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