RIFLESSI DI CINEMA

Bravo Checco Zalone: un film così potevi permettertelo solo tu

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"Tolo tolo" riprende la commedia all'italiana degli Anni 60 affrontando giudizi e pregiudizi odierni, a cominciare da quelli legati al fenomeno della migrazione. Osando l'inosabile, senza cadere nel ridicolo o nel razzismo

TOLO TOLO

tolo tolo locandina

Regia di Luca Medici
Soggetto e Sceneggiatura Luca Medici e Paolo Virzì
Musiche originali Luca Medici
Con Checco Zalone, Souleymane Sylla, Manda Touré, Nassor Said Birya, Alexis Michalik, Arianna Scommegna, Antonella Attili, Gianni D’Addario, Nicola Nocella, Diletta  Acquaviva, Maurizio Bousso, Sara Putignano, e con la partecipazione di Barbara Bouchet, Nicola Di Bari,Nichi Vendola.

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Negli anni ruggenti della commedia all’italiana, gli sceneggiatori vivevano per strada, in mezzo alla gente. Ne ascoltavano i discorsi, si annotavano i gesti e i vezzi, osservavano tutto e su quel tutto plasmavano i loro film, così fantastici e veri che ancora oggi quando passano in tv, che sia Il sorpasso, Una vita difficile, La voglia matta e mille altri, non riusciamo a cambiare canale e ce li rivediamo per l’ennesima volta fino alla fine.
Perché sono freschi, autentici, liberi, intelligenti e acuti. Perché fanno ridere, perché raccontano storie credibili e fotografano con sguardi disincantati un’epoca. Perché le battute sono fluide, disinvolte e perché ci riconosciamo in quello che vediamo. Quel mondo forse non è sempre il nostro mondo ma è quello di qualcuno che abbiamo conosciuto, qualcuno che ci sta intorno. Insomma, si avvertono potenti il riconoscimento, la familiarità, la percezione che chi sta raccontando viva vicino a noi.
Gli sceneggiatori degli Anni 60 non arretravano davanti a niente (nessuno sapeva cosa fosse il politicamente corretto). Non avevano paura di essere crudeli, prendevano in giro qualunque aspetto delle miserie umane, mescolando dolcezza e cinismo. Senza altezzosità, stando dalla parte di quelli che raccontavano perché quei difetti erano spesso anche i loro e in qualche maniera amavano i loro personaggi, anche quelli più detestabili.

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Luca Medici, (vero nome di Checco Zalone) ripercorre coadiuvato da quella vecchia lenza che è Paolo Virzì, proprio la strada della commedia Anni 60, in un connubio perfetto dove la sua istintiva intelligenza comica si arricchisce grazie alla capacità satirica in salsa toscana. Erede di Monicelli, marchio di fabbrica di Virzì.
Il risultato è un film dove in filigrana passa tutto, ma proprio tutto, di quello che agita e disturba l’Italia di oggi. Con una ricchezza di tematiche e di battute, spesso appena accennate, mai pesanti, mai volgari, che promuovono i due sceneggiatori (Checco anche regista, interprete e autore delle musiche)  a veri geni della commedia.

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Il film si apre sul protagonista (Zalone) che lancia un’iniziativa imprenditoriale destinata al fallimento: il Sushi Murgia. Frizzante serata rumorosa, parenti coinvolti per finanziare il ristorante, pugliesi smarriti di fronte al pesce Japan e rapido crollo, con conseguente chiusura del locale e fuga in Africa di Checco, che si lascia alle spalle i soci sul lastrico.

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Cambio scena, come in un vecchio film di Alberto Sordi, anche se Zalone non gli assomiglia per niente, e ritroviamo il nostro eroe in Africa, cameriere in un resort di lusso, frequentato solo da italiani. Personaggi alla Billionaire che si lamentano di tutte le pastoie burocratiche e fiscali del bel paese, cui Checco replica con guizzi taglienti, e mai qualunquisti. Perché la palude burocratica italiana è comunque una realtà che colpisce in misura diversa ogni cittadino che per questo si riconosce nel film. Ritrovarsi, sentire una verità in quello che si vede, è naturale, suscita un’immediata empatia.

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Ma è nella seconda parte, quella in cui Checco Zalone è costretto malvolentieri a scappare dal Paese in cui scoppia una rivolta confusa come tutte le vicende africane, che lui e Virzì azzardano una svolta che poteva rivelarsi catastrofica. Il nostro eroe intraprende infatti un viaggio verso casa, anche se non ha nessuna voglia di tornare in Italia, in mezzo ai migranti, seguendo gli stessi percorsi che fanno arrivare i barconi sulle coste italiane. Poteva uscirne qualunque cosa e al peggio, potevano affiorare rigurgiti razzisti. Potevano scivolare nel ridicolo o nel buonista, o diventare superficiali, offensivi o supponenti. Incredibilmente, miracolosamente, in un coraggioso e ardito ottovolante il film riesce a evitare ogni caduta, persino quando filma un naufragio trasformandolo in un  siparietto musical.

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Perché tutto funziona così bene? Perché gli autori non si censurano mai e mettono sul piatto tutto il materiale, i pregiudizi e i giudizi, i difetti degli italiani e dei migranti. I vezzi di chi sulla pelle dei viaggi della speranza si fa bello e può anche essere un giornalista star, nessuno la fa franca, nessuno è santificato né demonizzato. Ma quanto impegno c’è alle spalle di un film così? Ma quanto materiale avranno buttato via e quanto avranno lavorato per distillare il meglio? Bravi, bravi, bravi. Così si fa.

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Ovvio che senza l’innato talento comico di Zalone non si sarebbe andati da nessuna parte, diciamo che un film così poteva permetterselo solo lui. Ed è riuscito a convincere persino Natalia Aspesi e Paolo Mereghetti. Ora la parola spetta al pubblico.  

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