Teatro

Cerchi un’esperienza estrema? Goditi questa versione di Amleto

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Roberto Latini ha preso la tragedia di William Shakespeare e... l'ha buttata via, prendendo singoli frammenti del testo originale, ma salvando il suo senso più profondo, i suoi rapporti – etici, filosofici, esistenziali – con quello che è l’uomo oggi. Può risultare un vero shock, però ne vale la pena

 

Amleto + Die Fortinbrasmachine

di e con Roberto Latini
regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai
drammaturgia Roberto Latini, Barbara Weigel
produzione Fortebraccio Teatro

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Siamo nei territori scoscesi del teatro di ricerca, quello in cui il confine fra drammaturgia e performance si sfarina per diventare in certi passaggi un distillato di opera d’arte. Siamo in un teatro dove la scrittura e l’interpretazione si fanno corpo in movimento e la modulazione vocale non è più recitazione ma suono, canto, fin ritmo futuribile che arriva da un altro pianeta. Siamo nell’universo del teatro di ricerca dove tutto può essere messo in campo, un teatro dove brillano gli sguardi di Carmelo Bene e Leo de Berardinis, un teatro il cui valore spesso, sempre, viene riconosciuto dal Premio Ubu. Un teatro che è vita, sofferenza, scarnificazione e destrutturazione del testi. Un teatro che crea spettacoli in cui immergersi e lasciarsi imbevere, accettando che la sacralità dei classici, che siano Shakespeare o la tragedia greca, possano contaminarsi con la poesia, coi giochi di parole, con una coreografia-scenografia così ingombranti da fagocitare in certi momenti tutto lo spettacolo.

Fortebraccio Teatro, AMLETO+DIE FORTINBRASMASCHINE 10®Fabio Lovino-2
Premessa lunga per spiegare che l’Amleto di Roberto Latini è consigliato solo a chi ama davvero il teatro o a chi, pur non sapendo nulla, è disposto a mettersi in gioco, anche solo a farsi trascinare da una scenografia potentissima, dove domina un cerchio. Che è la vita, che è l’eterno ritorno, un cerchio che sovrasta orizzontale il palco per poi capovolgersi e diventare cornice e poi ancora supporto del simbolo del potere, la spada che cala sul protagonista e a quella si inchina, lasciandosene trafiggere dopo averla a lungo blandita, sfiorata con la lingua, quasi baciata.

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Latini prende Amleto e lo butta via
. O, per essere più precisi, lo destruttura. La trama è solo il “bla bla bla” che tutti conoscono e non vale più la pena raccontarla (intento esplicitato come dichiarazione di poetica in chiusura di spettacolo). Quello che all’autore artista interprete interessa sono i singoli frammenti del testo e il suo senso più profondo, i suoi rapporti – etici, filosofici, esistenziali – con quello che è l’uomo oggi. E sono i frammenti delle suggestioni che Latini mette in scena, portando a esibizioni estreme il suo corpo, finendo madido di sudore dopo essere rimasto appeso come l’impiccato dei Tarocchi sotto luci livide, dopo essersi confrontato con il monologo finale di Philip DickBlade Runner, identificandosi con il replicante non più cacciato, ma a caccia di identità.

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Di Ofelia restano solo un vestito ondeggiante e poi il video di pesci che sguazzano in acque di lago, le stesse dove la moglie di Amleto ha trovato pace e conforto alla sua pazzia, dell’aldilà e del teschio rimangono solo i cascami, una maschera mortuaria che ricorda la festa del giorno dei morti in Messico e un diavolo androgino en travesti, con corna bellissime e vertiginose zeppe e tacchi a spillo, ma anche questo di sfalda e in una scena successiva il demone appare zoppicante, con due calzature diverse: una col tacco a spillo e una scarpa da tennis.

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L’unica parte del testo fedele e recitata con intensità degna di Carmelo Bene è il monologo più famoso della storia di tutto il teatro, l’essere o non essere, quel dormire o morire che rappresenta l’interrogativo più angosciante di tutta l’esistenza, quello del “dopo”, ovviamente essenziale per capire tutto il prima e farne un bilancio: vivere o morire? E perché?
A Latini non importa il marcio in Danimarca, non più di tanto le lotte per il potere e gli intrighi di delitti e menzogne e veleni e battaglie e vittorie in Norvegia e sovrani, neppure gli importa quell’Europa vicina alla catastrofe guardata dall’alto di una scogliera, occhi fissi al mare e spalle al continente. A Latini importano l’Uomo. E la Vita.
Se siete pronti, se avete voglia di esperienze estreme, la Macchina Amleto è pronta per voi. Ne vale la pena.

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Al Teatro Elfo Puccini di Milano fino all’8 aprile.
Poi in tourn
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