I disturbi della vescica possono avere cause diverse, come diverticoli, calcoli o tumori: riconoscere i sintomi precoci è fondamentale per intervenire con le cure più adeguate
Una traccia di sangue nelle urine, lo stimolo a svuotare spesso la vescica anche per poche gocce di pipì, un acuto senso di bruciore e subito si pensa a un’infiammazione alla vescica. In realtà, questi sintomi possono essere il campanello d’allarme di altri problemi alla vescica. Se questi piccoli fastidi si presentano con una certa frequenza, è bene parlarne con il medico, per scoprire le cause e intervenire con la cura più adatta.
I diverticoli
Sono piccole sacche simili a un dito di un guanto che fuoriescono dalle pareti della vescica. Si tratta di una condizione tutt’altro che rara dopo i 55-60 anni, che colpisce in prevalenza gli uomini, poiché spesso è dovuta all’ingrossamento della prostata. Per le donne intorno ai 50 anni, invece, i diverticoli sono spesso legati a un’alterazione della funzionalità della vescica dovuta alla perdita di elasticità del suo collo.
Come rimediare
L’intervento chirurgico è l’unica possibilità di cura. Da alcuni anni si effettua per via endoscopica, senza cioè eseguire incisioni nell’addome, ma tramite una sonda che risale il canale dell’uretra fino a raggiungere la vescica. In genere, l’intervento necessita di un ricovero ospedaliero di 5-6 giorni.
I calcoli
Sono formazioni formate in prevalenza da sali (principalmente fosfato e ossalato di calcio), presenti in genere nelle urine. La loro origine è dovuta al ristagno di urina nella vescica, che favorisce il deposito di sali, e può essere complicato da cistiti ricorrenti. Il continuo stratificarsi di questi depositi con il tempo può dare origine anche a calcoli di grosse dimensioni, fino a un diametro di 4-5 centimetri.
Calcoli della vescica: quando basta l’intervento endoscopico
Se i calcoli hanno piccole dimensioni si asportano per via endoscopica grazie a una sonda a ultrasuoni fatta risalire dall’uretra fino alla vescica in grado di polverizzare e poi aspirare i frammenti del calcolo. L’operazione richiede un ricovero molto breve ed è possibile lasciare l’ospedale anche dopo sole 24-36 ore. Quasi inutilizzata è la tecnica chirurgica tradizionale, riservata ai calcoli molto grossi, intorno a 4-5 centimetri di diametro, o quando è necessario intervenire anche su altre malattie associate.
I polipi
A carico della vescica possono svilupparsi piccoli tumori benigni della mucosa: sono i polipi oppure i papillomi. Di grandezza variabile, hanno forme allungate o avere una larga base di impianto. Queste ultime sono le più pericolose, perché possono essere più facilmente di natura maligna.
Come rimediare
L’intervento per rimuovere un papilloma è poco invasivo. Una sonda a fibre ottiche collegata a un video permette di vedere l’uretra e la vescica. Una volta identificata la sede del polipo, può essere asportato con l’uso di un laser inserito nella cavità della sonda. L’operazione può essere fatta in ambulatorio e consente alla persona di poter riprendere subito le normali attività di tutti i giorni. Se non curati, i tumori benigni possono creare seri problemi di intervento, che in questo caso diventano di tipo chirurgico tradizionale.
Il tumore
Tra tutti i tipi di tumore alla vescica, il carcinoma uroteliale ha origine dalle cellule che rivestono l’interno delle vie urinarie. È il quarto tumore più diffuso, con oltre 31mila nuovi casi ogni anno, rappresentando circa l’11,4% di tutti i nuovi tumori diagnosticati nell’uomo e circa il 3,2% nelle donne in Italia nel 2024. I tassi di sopravvivenza a 5 anni sono dell’80% negli uomini e del 78% nelle donne.
La nuova combinazione terapeutica che cambia il trattamento
Oltre alla chemioterapia e all’intervento chirurgico, nuove prospettive di cura sono oggi disponibili grazie a una nuova terapia con enfortumab vedotin in associazione con pembrolizumab. «Si tratta di una vera rivoluzione rispetto al trattamento con la sola chemioterapia, perché la cura può cambiare la storia clinica di questi malati», spiega Roberto Iacovelli, professore associato di Oncologia medica all’università Cattolica di Roma. «Questi farmaci antitumorali hanno meccanismi d’azione complementari e insieme possono contribuire a indurre un’immunità antitumorale che dura nel tempo».
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