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Eve La Plume: quando la bellezza ha declinazioni diverse

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Liberare la donna dallo stereotipo che ne imprigiona la sensualità e la sua libera espressione è la missione di Eve La Plume, artefice del suo meraviglioso look che s'ispira alla moda maschile e femminile dal 1880 al 1930

Eve La Plume, capelli rosso fiamma e un incarnato delicato, sembra essersi materializzata da un album di ricordi. Eppure lei è una donna del nostro tempo che si muove leggera, proprio come una piuma, fuori da qualunque schema dettato dalla moda e dai tempi. Impossibile non notarla, nei suoi abiti di fine ‘800 o inizio ‘900, che lei stessa abilmente crea. Eve La Plume è a tutti gli effetti un’influencer di contro tendenza che dimostra come la bellezza abbia declinazioni diverse e proprie per ciascuno di noi. Una bellezza che non si deve mai omologare a canoni predefiniti e imposti, ma rispettare un’unicità delle sfumature che ci appartengono e ci fanno stare bene.

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“ Sarebbe bello fare un esperimento, sottoponendo alle persone le decadi del ‘900, fino ad oggi e chiedere loro a quale decade si trovano più vicino sia caratterialmente che esteticamente. Un esperimento utile a capire come la bellezza abbia declinazioni diverse, prenderne spunto e trarne sicurezza” Eve.

© Matteo Gastel

© Matteo Gastel

Eve La Plume, un nome d’arte che indossi come la tua stessa pelle. Come sei diventata Eve La Plume?
“Quando ero ragazzina mi chiamavano Eve, un soprannome che mi è sempre piaciuto. Come dice Chiambretti, un nome da primadonna, che mi calza a pennello. Eve è francese, come mia mamma e mia nonna. Mi piace perché palindromo e La Plume, che ne sottolinea la leggerezza, lo completa alla perfezione. Erano un po’ di anni che pensavo di voler fare qualcosa che non c’era. Allora facevo la costumista e, quasi senza accorgermene, mi sono trovata a rappresentare una donna con un’estetica che non era necessariamente quella del momento. Ho esordito in una serata di Capodanno in cui mi sono esibita con il primo burlesque o comunque una prima infarinatura, visto che non sapevo neanche io cosa fosse. Quella sera, però, è successo qualcosa che mi ha dato le risposte che stavo cercando: tutti i presenti, uomini ma soprattutto le donne, avevano capito il senso profondo della mia esibizione rimanendo sorpresi positivamente. Ho capito, da quel momento, che dovevo fare quello e che sarebbe stata la mia missione”.

Quale ritieni sia la tua missione?
“Quella di liberare la donna dallo stereotipo che ne imprigiona la sensualità e la sua libera espressione. Personalmente, ho assecondato me stessa e la mia natura, per essere ciò che sono. Non potrebbe essere altrimenti. Sono sempre stata ossessionata dall’estetica, cosa che oggi è abbastanza comune, ma allora, no. Pensa che a undici anni, ho fatto il mio primo abbonamento a Vogue! Il passo successivo è stato di farmi regalare la prima macchina da cucire, in seguito ho studiato Storia del Costume ed eccomi qua. Posso sembrare strana, ma non lo sono e non m’interessa. Il mio obiettivo è l’eleganza”.

© Matteo Gastel

Intravederti attraversare la strada, o prendere la metro a Milano, dove vivi, riparandoti dal sole con uno dei tuoi bellissimi ombrellini e con un abito degli anni ’20 ti fa sembrare una star del cinema muto. La cosa che colpisce subito è come tu sia perfettamente a tuo agio. Quanto è importante assecondare se stessi e trovare il proprio stile?
“Ognuno di noi ha il suo stile che è assolutamente personale. Dobbiamo poterci sentire liberi di indossare abiti che ci mettono a proprio agio, che assecondano le sfumature della nostra personalità. Personalmente rispetto tutti e anzi sono incuriosita persino da chi si veste tirando fuori dall’armadio la prima cosa che capita. Anche questo è uno stile! Non mi piace, invece, chi segue la scia indossando solo quello che la moda del momento decide. Non esiste l’abito perfetto, ma quello che ci fa sentire bene”.

Per quale ragione, secondo te, moda e influencer hanno sempre maggiore forza nel condizionarci?
“Credo che la ragione sia un’insicurezza di fondo, per cui sia più facile scegliere quello che mi inducono a preferire piuttosto che espormi. Io sono coraggiosa istintiva, non metto mai freno alla mia espressione per cui non mi sono mai posta il problema, ma capisco che spesso sia complicato. Non dimentichiamo quanto possano essere pesanti le critiche e le cattiverie, al punto che si preferisca una sorta di nascondimento nella massa che rassicura e ci fa sentire più forti. Quando si è ragazzini, si è più liberi di sperimentare, poi a un certo punto ci si da una calmata e ci si nasconde. Quella ricerca, invece, non dovrebbe essere mai del tutto abbandonata. Una ricerca che ci rafforza e ci libera, appunto, da qualunque pregiudizio”.

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© Matteo Gastel

L’abito fa il monaco?
“Sì, l’abito e la parola ci danno un quadro abbastanza chiaro delle persone. L’abito e le parole sono i segni caratteristici di una carta d’identità che ci definisce delineando con chiarezza i nostri contorni. Non potrei neanche per scherzo, indossare un paio di jeans, questo è un mio limite. Amo la moda maschile e femminile dal 1880 al 1930. Gli anni ’20, ‘30 per l’estate, la bella stagione, quando il clima mi permette di indossare abiti leggeri; la moda maschile dell’800, per quando fa freddo, è meravigliosa. Per passione, vado alla ricerca di capi dimenticati o li cucio da me. La qualità ormai è calata, il numero di fili e la qualità della trama e dell’ordito sono scesi parecchio, nella moda come nella cucina è tutto “veloce” e usa e getta. I capi che preferisco sono quelli che resistono al tempo, resi intramontabili dalla cura dei particolari e da una bellezza che non scolora”.

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