RIFLESSI DI CINEMA

Ho preso un colpo di fulmine per “Il mio Godard”

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Il film di Michel Hazanavicius sul grande regista francese visto da molto vicino in un anno particolare come fu il 1968 si rivela un affresco in cui ci sono cinema, rivoluzione e amore. Insomma, tutte le cose per cui, secondo lui, vale la pena di vivere. E forse non solo secondo lui...

 

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locandinaIL MIO GODARD

5 stelle cinema

 

 

di Michel Hazanavicius
con Louis Garrel, Stacy Martin, Bérénice Bejo
titolo originale: Redoutable
durata 102 minuti

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Avviso alle lettrici e ai lettori: questa è una recensione molto personale. Se avessi mai avuto il talento per girare un solo film nella vita, avrei girato questo. Michel Hazanavicius ha vittoria facile e non fatica per nulla a conquistarsi le cinque stelle. Come in uno scrigno, nel suo film racchiude tutto quello che mi piace, quello che penso e il mio sguardo sulla vita, sul cinema, sull’amore e sulla politica oltre al mio coté irrimediabilmente filofrancese. Ne condivido le immagini, i sorrisi, i rimproveri, il taglio di ogni inquadratura, le battute, le idiosincrasie, le strizzate d’occhi, gli ammiccamenti, i guizzi creativi, persino i manierismi, gli eccessi, lo snobismo, gli omaggi allo stile di Godard, le citazioni cinefile. Quindi, siete allertati: Il mio Godard sta per diventare una questione squisitamente privata e un irrimediabile colpo di fulmine. O meglio, come direbbe Louis Garrel, stupendo protagonista (ah, condivido anche la scelta degli attori) un veritable coup de foudre per un film che ancor più che francese è parigino.

il mio godard
Conviene cominciare dalla storia. Jean-Luc Godard è riuscito ad essere uno dei registi (e degli uomini e degli artisti) al tempo stesso più amati e più odiati del mondo. A molti, me compresa, per adorarlo a vita è bastato il suo primo film, Fino all’ultimo respiro. Correva l’anno 1959, in Francia e su tutto il pianeta imperava le cinéma de papa, come lo definivano i ragazzacci dei Cahiers du cinéma. Un modo di girare film vecchio, imbalsamato, stereotipato che apparve ancora più sorpassato quando sugli schermi arrivarono les grimaces” di Jean Paul Belmondo e il disarmante sorriso di Jean Seberg. Si scoprivano un altro mondo, un’altra storia, un altro modo di raccontarla, di vedere i rapporti uomo donna, un altro modo di filmare, con il cinema che usciva per le strade e raccontava a briglia sciolta, liberato da tutte le catene di qualunque decalogo. Tutto il potere alla creatività e alla fantasia, un’energia anticipatrice di quel nuovo che sarebbe sbarcato sulla terra da chissà quale pianeta incantato solo dieci anni dopo, dopo gli hippies e i sogni californiani, dopo l’estate dell’amore e Woodstock, dopo il maggio francese e tutto quello che ne è sgorgato.

Il mio Godard è un ritratto del regista ma da un punto di vista particolare e in un periodo ristretto, quello dei moti del maggio francese: lo sguardo è quello della sua musa – e moglie – Anne Wiazemsky, protagonista di La cinese, film che ha rappresentato la svolta ideologica del regista e la sua totale adesione al maoismo e alla lotta politica. Uno sguardo innamorato ma critico, lo stesso che Anne Wiazemsky ha utilizzato con la stessa ironia e leggerezza che Michel Hazanavicius è riuscito a trasportare nel film, in Un anno cruciale (pubblicato in Italia dall e/o edizioni). Aspirante attrice dai sacri lombi (il nonno è François Mauriac, borghesissimo e famoso scrittore francese insignito del Nobel) all’epoca dei fatti ha 19 anni (Godard 36) e viene conquistata dal cinema del regista, gli scrive una lettera (sì, come fece la Bergman con Rossellini) e il resto è storia. Per l’esattezza proprio la storia raccontata nel film.

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L’ambiente a cui Anne appartiene è quello che Godard detesta e combatte, anche se è lo stesso humus di cui è imbevuto lui stesso, ma è il 1968 e tutto si rovescia nella mente e nel mondo, tutto sembra possibile, persino far finta di non essere borghesi. L’anno cruciale è un anno in cui se ne vedono e se ne fanno di tutti i colori e nel film la politica che sempre più si impossessa di ogni cosa, si intreccia con una storia di grande passione ma, come fare a parlare d’amore quando la realtà e l’ideologia si fanno così pressanti, quando l’urgenza è la piazza che chiama? Così la relazione si inquina di troppe complicazioni ideologiche e rischia di scoppiare. Anzi, scoppia. Erano gli anni di “il privato è politico” e si era ancora distanti da un’altra presa di coscienza, quelle del femminismo che forse avrebbe potuto salvare la relazione. Perché se Godard nelle manifestazioni e anche nel cinema è un rivoluzionario, in camera da letto e in cucina resta un maschio tradizionale, poco propenso a capire la donna che ha al fianco, per niente disposto a lasciarle spazi, a supportare la sua indipendenza e per giunta pure geloso fino alla paranoia. Ma così erano i rivoluzionari del maggio, soprattutto quelli che non avevano vent’anni.

Anne è più giovane, è donna, e guarda al mondo con meno briglie ideologiche, Anne pensa che l’amore abbia diritto di esistere anche negli anni della rivoluzione e non smette di guardarsi intorno più protette dalle spire velenose dell’ideologia. Mentre Jean Luc Godard è sempre più miope, tant’è vero che i suoi occhiali, simbolicamente ma anche letteralmente, non fanno altro che rompersi un giorno sì e uno no, calpestati dai manifestanti, persi in un fuga dalla polizia, schiacciati in un discussione, definitivamente perduti ingurgitati dal mostro della Rivoluzione.

godard film
Difficilissimo raccontare il 68 senza prestare il fianco a critiche, eppure il film coglie il bersaglio, proprio grazie al punto di vista parziale, a una piccola storia sfiorata e certo determinata dalla grande Storia.
Un anno di esaltazione che aveva già in nuce i germi della crisi, degli eccessi e delle incomprensioni. Il film mette in scena tutto questo e lo fa con ellissi che possono rendere ostica la visione a chi conosce poco il periodo storico e ancor meno i film di Godard. Chi invece ha vissuto quegli anni e ha adorato Fino all’ultimo respiro, Pierrot le fou, Una donna sposata, Due o tre cose che so di lei, Alphaville e tutta la Nouvelle vague, non potrà che adorare il film. Si racconta l’illusione del maggio, l’occupazione delle università con le accuse degli studenti (borghesi, peraltro) contro il borghese Godard, “il più stupido degli svizzeri leninisti” come si legge in una scritta sui muri dell’ateneo occupato.

C’è Cannes, nella storica edizione del maggio 1968, contestata dai giovani registi, una lotta epica da cui nacque la sezione che c’è ancora oggi La Quinzaine des réalisatuers. Ci sono gli amici (borghesi) di Godard e di Anne, che non solo conoscono Mauriac ma sono anche amici dell’editore di Le Figaro, il giornale più conservatore di Francia, ed è facile immaginare quanto sia arduo per il militate Godard conciliare la sua lmilitanza con l’ospitalità nella lussuosa villa dell’editore sulle colline di Cannes. Del resto sono le contraddizioni in seno al popolo di cui tanto di dibatteva.
Ma lo spazio maggiore è dedicato, come nel libro di Anne, alla difficoltà di un amore ai tempi della rivoluzione, perché come in guerra è difficile vivere con pienezza tutti e due gli ambiti, benché l’alta temperatura sociale a volte rende le passioni ancora più infuocate. E sono ancora contradizioni in seno al popolo. E sono ancora dibattiti, scontri, vittorie che sembrano sconfitte e sconfitte vissute come vittorie.

il mio godard anne
Il regista troppo giovane per aver vissuto il 1968, grande ammiratore del cinema di Godard ma critico nei confronti dell’uomo Godard (che a dirla tutta simpatico non è mai stato) ha minuziosamente e genialmente composto con tutto il materiale a sua disposizione un affresco in cui ci sono cinema, rivoluzione e amore. Insomma, le cose per cui vale la pena vivere. Con un tocco di leggerezza e ironia che non viene mai meno e una serie di omaggi allo stile di Godard, dal sonoro in differita rispetto all’immagine, all’irrompere di un’alternanza di negativo e positivo già sperimentata o addirittura inventata da Godard, con attori che hanno gli stessi volti che avrebbe scelto lui. Sopra tutto giganteggia Louis Garrel, che è riuscito a non gigioneggiare ma a inventarsi “il suo Godard”. Già, perché ciascuno di noi, cinefili fanatici, rivoluzionari mancati e eterni innamorati indifferenti all’avanzare del tempo abbiamo un “nostro Godard”.
Quindi, una questione privata, ma lo si sa il privato è politico. In questo caso più che mai.
Cinque stelle senza ripensamenti e senza rimpianti. Je ne regrette rien.

 

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