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Il dolore di Bebo Storti: “Per noi attori la sofferenza è maggiore”

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L'artista spiega come l'emergenza Coronavirus che ha fermato l'Italia diventi ancora più drammatica per chi vive sul palcoscenico e ha bisogno di quel pubblico che oggi non può esserci. E dice che cosa non sarà più come prima

Riceviamo e volentieri pubblichiamo, il contributo di Bebo Storti. Attore e regista, Storti è stato travolto, come tutti i suoi colleghi, dalle conseguenze che le restrizioni del Coronavirus hanno imposto. Cinema e teatri inaccessibili, non solo per gli spettatori, ma anche per chi, come Bebo Storti, di cinema e teatro ci vive. Com’è dunque, il cinema e il teatro ai tempi del Coronavirus? Per scoprirlo, non vi resta che leggere le parole scritte dall’attore.

Provateci voi a far stare attori, registi e produttori a un metro di distanza e a convincere le attrici a mettersi una mascherina su 20.000 euro di lavoro di chirurgia plastica. Già, perchè forse non lo sapete ma da attore ve lo posso dire: la cosa che più volentieri fanno gli attori è baciarsi. Fin dai tempi di Shakespeare, ma forse anche prima, da Plauto, Aristofane addirittura, il grande pelato. Per cosa?  Per dimostrare una appartenenza, una familiarità, forse solo esposta e presunta. Una gilda di appartenenza “noi ci baciamo perché siamo”. I baci, che si tratti di un palco o di un set, possono essere di diversi tipi: frettolosi – sì, ti conosco, ma ti cago appena – sulla guancia e basta, accostata in una velina d’ordinanza – manco so come te chiami – a labbra appoggiate, nascondendo un desiderio, vero o presunto – ti ricorderai di me – tumidi e languidi, sulle guance resta un po’ di rossetto, o di saliva che le labbra producono, con il desiderio – mi piaci e non l’ho mai nascosto -. Pochi e rari, in presenza di mariti fidanzati amanti, quelli sulle labbra, e qui entra in ballo la durata; appoggino: “eh avessimo tempo”; duraturo ed esplicito: “mi hai sempre fatto sangue”; vero, senza lingua ma a labbra socchiuse “quando me la dai?” o “me la ridai?”

Il bacio, un apostrofo rosa fra le parole che e noia. Non sempre si intende. Ci sono fior di teatranti che affrontano con amore e serietà questa forma di poesia, povera e a volte battagliera, che è il teatro. Altri lo prendono come un perenne birignao e un trasognante “bravo – grazie – bis!”

L’altro grande rito sacrificale del teatro, che sarà negato dal virus al popolo di noi attori è il dopo teatro nel foyer. Luogo magico, dove si costruiscono e distruggono carriere e si sanciscono destini luminosi e totali fallimenti. E’ nlì che vengono emesse le sentenze e non c’è primo e secondo grado, non c’è cassazione per un “si carino ma…”  e ancora “lui bravissimo ma la regia…” e infine per il distratto “cosa ne penso? Ma guarda, devo essere sincero?” non lo sei mai stato, perché proprio ora? Seguono due coglioni di descrizione acida e infiocchettata di insinuazioni. E prima che i gioielli di famiglia rotolino fino all’ingresso del teatro stesso, qualcuno della compagnia grida un “tutti a cena da Gianni il porcone!” Non c’è prescrizione. La sentenza viene emessa e pubblicata sul bollettino ufficiale.

Cosa ci ha tolto dunque il Coronavirus? Cosa non troveremo uguale a se stesso al nostro ritorno? Le prime teatrali? Ovvero, quella sorta di orgasmo collettivo a cui accorrere nella speranza di essere notati. Della serie chi se ne sbatte dello spettacolo, in quell’orgia di opinioni da nessun richieste? No, non è questo. Solo il pubblico pagante ci rimetterà davvero, lui sì, davvero innamorato del teatro e dei suoi protagonisti. E ci rimetterà l’arte, che anche se povera come la nostra, forse scomparirà

E il cinema? Le produzioni sono state tutte interrotte e le sale sono state chiuse, mettendo in ginocchio un’ industria fiorente e migliaia di lavoratori. Io amo la fantascienza i gialli, le distopie e l’horror… ora ne ho quanto ne voglio nel grande spettacolo della realtà.
Ho fatto un ritratto, di questo mondo, troppo vanesio e leggero? Possibile. Ma di cosa parlavamo? Non di me… Dunque…

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