INTERVISTE

Il senso di Marina per il thriller psicologico

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"Come è giusto che sia", il nuovo libro della Di Guardo, è la storia di una ragazza che diventa killer per sete di giustizia. Un romanzo che la conferma scrittrice di razza oltre che mamma di talento: una delle sue tre figlie è Chiara Ferragni

 

Marina Di Guardo è davvero una delle poche scrittrici che meritano di essere definite tali e il suo ultimo romanzo non fa che confermare il talento di questa super donna, perché in un momento storico in cui tutti si improvvisano scrittori, non è facile scrivere un thriller degno di essere definito tale. Parlare di morte e violenza è ormai diventato di moda e, di qualsiasi genere letterario si tratti, non c’è romanzo in cui almeno uno di questi due aspetti non venga inserito. Ma raccontare delle storie in cui questi due elementi sono il pretesto per toccare qualcosa di molto più profondo non è da tutti.


Marina di Guardo, sia con i suoi precedenti romanzi, sia con questo Come è giusto che sia  (Mondadori), usa le caratteristiche letterarie del thriller per raccontare una storia intensa e profonda, che scava fino ad arrivare alle radici della vita. Perché è proprio di vita che Marina parla. La morte in realtà è solo il mezzo per affrontare il lato oscuro di un’anima corrotta, quella della protagonista, Dalia, dove l’ineluttabilità del male percorre ogni istante della narrazione. Tutta la storia ruota intorno a lei e al suo desiderio di vendetta che in realtà è un bisogno di giustizia e pagina dopo pagina Marina fa sentire il lettore sempre più vicino e partecipe alle azioni di Dalia, fino a renderlo parte dei suoi pensieri. Il personaggio a cui l’autrice ha dato vita riassume in realtà molte anime, che sono quelle di chi legge e di chi racconta una storia in cui tensione, suspense e colpi di scena sono in continua ascesa, mettendo in risalto non solo i meccanismi classici di chi sa cosa vuol dire scrivere un thriller ma anche dando rilievo all’aspetto psicologico, tanto della protagonista, quanto di tutti i personaggi che le ruotano attorno. E questo fa la differenza, perché, oltre a raccontarci una storia scritta in modo egregio, Marina Di Guardo ha il pregio di tenere alta la tensione senza mai dimenticarsi di quello che è il suo obiettivo primario che “come è giusto che sia”, porterà al colpo di scena di un finale assolutamente inaspettato.


Marina Di Guardo non è solo una superba scrittrice, ma è anche la super mamma che ha messo al mondo Chiara Ferragni, la fashion blogger più famosa del mondo, che insieme a Francesca e Valentina, compone il quartetto di una splendida famiglia tutta al femminile. Orgogliosissima del successo planetario ottenuto da Chiara, che ha all’attivo un fatturato di oltre 10 milioni di dollari con la sua attività, Marina, dopo aver lavorato per dieci anni come responsabile dello show room milanese di Blumarine, ha abbandonato questo frenetico e affascinante lavoro per dedicarsi interamente alle sue ragazze. Una volta cresciute, ha dato un’ulteriore svolta alla sua vita dedicandosi alla scrittura. Proprio come ha insegnato alle sue figlie, anche Marina ha scelto di assecondare e condividere la sua passione e di questo dobbiamo esserle grati, perché, se non lo avesse fatto, ci avrebbe privato dell’immenso piacere di essere coinvolti dalle parole e dalle storie delle sue straordinarie opere letterarie.

Marina con le figlie Valentina, Chiara e Francesca (da sinistra verso destra)

Marina, partiamo dalla genesi: perché la scelta di scrivere un romanzo di genere thriller, specie dopo Bambole gemelle, il suo precedente lavoro, che aveva delle tinte quasi dark?
Non ho scelto a priori di scrivere un thriller. Innanzitutto, ho pensato alla storia che volevo raccontare e al personaggio principale, indagato nei meandri più nascosti e inimmaginabili. Nella mia mente è comparsa Dalia e il suo vissuto di rabbia, la sua voglia di “mettere le cose a posto”. Poi, dopo di lei, è arrivata Maria, la madre: una donna rassegnata, quasi catatonica, quindi la maestra De Stefani, Alessandro, Caruso… La trama si è delineata con più chiarezza fino a diventare un thriller vero e proprio.

Nello sviluppo della trama troviamo parecchi argomenti molto forti: la violenza sulle donne, la vendetta, l’incomunicabilità, l’alienazione dal mondo circostante. Moltissimi ingredienti per un cocktail straordinariamente ben riuscito. Come ha potuto miscelarli così bene?
Come rispondere alla sua domanda? Non ne ho idea… Ho semplicemente seguito il mio istinto. Dirò di più: quando leggo le innumerevoli recensioni positive dei lettori, mi chiedo se sia tutto vero. Da eterna insicura, ancora non ci credo!

Senza svelare troppo della storia, è evidente una notevole ricerca in ambito scientifico e medico: ha svolto personalmente questa attività o si è avvalsa della collaborazione anche di esperti?
Per due omicidi, ho chiesto la consulenza di un amico, medico legale. Era necessaria una assoluta precisione e veridicità dei dettagli. Per gli altri, ho messo a frutto la fantasia, non dimenticandomi, però, di verificare tutti gli elementi tecnici di alcune metodiche.


Maria, la madre della protagonista è un personaggio degno di una tragedia shakespeariana che colpisce al cuore

Maria è una donna ancora giovane, ma già segnata nel profondo dai traumi subiti da ragazza. Apparentemente debole e rassegnata, riserverà non poche sorprese a chi si addentrerà tra le pagine del mio romanzo.

Sempre senza svelare troppo, mi hanno colpito molto i riferimenti a come la cronaca nera viene trattata dall’informazione; come si pone lei di fronte all’informazione giornalistica, specie in merito ai fatti di sangue?
E’ innegabile che ci sia una grande strumentalizzazione da parte dei media. Sono innumerevoli le trasmissioni di approfondimento sui vari omicidi irrisolti e non. Il male attira, è un viaggio misterioso, denso di sfumature, negli anfratti più celati di noi stessi e degli altri. In questi programmi, il male non è fiction, ma realtà che sa essere più dura e crudele di qualsiasi invenzione.

Dalia, la protagonista, è un personaggio estremamente combattuto ma allo stesso tempo con una determinazione fuori dal comune; è questa la sua visuale dell’attuale mondo giovanile o è Dalia a essere straordinaria?
La mia protagonista doveva essere molto giovane. Solo i ragazzi, non ancora guastati dalla disillusione e dalle sconfitte della vita, hanno in sé una forza eversiva che li porta a credere di poter cambiare il mondo. Noi adulti non ci crediamo più, purtroppo. Nel contempo, Dalia non è di certo la rassicurante ragazza della porta accanto: è danneggiata, lucida, con una forte carica distruttiva.

Nel suo libro, il mondo maschile ne esce con le ossa polverizzate. È lecito nutrire speranze in una crescita del maschio del nuovo millennio o, a suo parere, la deriva è destinata a continuare?
Le donne, negli ultimi due secoli, hanno letteralmente bruciato le tappe. Sono ancora tanti i traguardi da raggiungere, ma è innegabile che la condizione femminile sia cambiata in maniera radicale. Credo che buona parte dell’universo maschile non sia riuscito a rimanere al passo con i radicali cambiamenti verificatisi. Spero sia solo questione di tempo.


Ha un modo di narrare estremamente cinematografico, pur senza tralasciare la chiave letteraria. È una scelta voluta oppure mentre crea, si fa guidare dall’istinto?
Non ho seguito corsi di scrittura creativa, solo il mio istinto, ben consigliata da alcuni amici scrittori che mi hanno molto aiutata. Uno tra tutti: Alan D. Altieri che scrive anche per il vostro magazine (https://signoresidiventa.com/category/rubriche/locchio-eretico/), e che non smetterò mai di ringraziare. Raccontare per immagini fa parte del mio modo di scrivere, amo fotografare, trasfigurare la realtà attraverso l’obiettivo. Probabilmente, perseguo la stessa visione anche quando scrivo.

A che cosa è dovuto il forte senso di solitudine che si respira nel suo romanzo (penso alle figure femminili di Maria e di Ines, ma sostanzialmente anche di Dalia) nonostante il fatto che sia ambientato quasi esclusivamente a Milano, la metropoli per eccellenza?
Appena compiuto 18 anni, ho deciso di andare via di casa. Mio padre era molto severo e io ero assetata di vita e di libertà. Per un discreto periodo ho vissuto a Milano, tra mille difficoltà e incertezze. Uscita volontariamente dalla realtà iperprotettiva della famiglia, mi sono ritrovata a fronteggiare una solitudine che non conoscevo. Credo che, nelle descrizioni degli stati d’animo di Dalia e della Milano fredda e livida del romanzo, ci sia un po’ di me in quel periodo.

Il rapporto figli-genitori è una delle linee guida del suo romanzo. Anche nella vita è così complicato e conflittuale come lo rappresenta in questo lavoro?
E’ il più importante dei rapporti, il più soggetto a conflitti. Tutti noi siamo figli, molti di noi sono anche genitori. In questo tipo di relazione dovrebbe spiccare solo l’affetto e il rispetto. Peccato che, di frequente, le cose non vadano esattamente in questo senso…

Ho molto apprezzato il fatto che sia riuscita a non calcare il tasto della violenza gratuita, trappola in cui è facile cadere, soprattutto in un thriller dove i morti non mancano di certo. Quanto è stato difficile dosare questo aspetto?
E’ stata una necessità. Dalia deve uccidere senza attirare l’attenzione, facendo passare le morti di cui è responsabile come decessi per cause naturali. Un cambio di rotta che si è reso necessario dopo il primo omicidio, troppo indagato dai media. Da qui la decisione di seguire altre metodologie per poter proseguire indisturbata la sua missione.

 

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