RIFLESSI DI CINEMA

“Orecchie”, ecco un film per chi sa ascoltare

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La pellicola di Alessandro Aronadio (regista sconosciuto da noi, ma conosciutissimo all’estero) è un piccolo capolavoro da seguire con attenzione.Perché forse alla fine ci sentiremo migliori

 

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ORECCHIE
di  Alessandro Aronadio
con Daniele Parisi, Silvia D’Amico, Pamela Villoresi, Ivan Franek, Rocco Papaleo, Piera Degli Esposti, Milena Vukotic, Alberto Abruzzese, Andrea Purgatori, Massimo Wertmuller
Nelle sale dal 18 maggio
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Che meraviglia poter parlare bene, anzi benissimo di un film italiano. Se non avete voglia di leggere cosa ne penso, mi basta che andiate a vederlo. Non ve ne pentirete: un’opera in stato di grazia è imperdibile.

Orecchie non ha niente a che fare con la maggior parte dei film italiani. Non è furbetto, non gira intorno al proprio ombelico, non è sciatto, e neppure trash, non strizza l’occhio alla tv e non ha la presunzione di imitare o fare il verso ai grandi registi del passato. Vuol solo con originalità raccontare una storia e lo fa senza preoccuparsi di piacere, a cominciare dal titolo. Andiamo, Orecchie, può forse incuriosire, ma non certo sedurre. Forse è proprio questo che si proponeva Alessandro Aronadio (genio sconosciuto del nostro cinema, ma conosciutissimo all’estero) con un progetto che fin dalla sceneggiatura ha convinto un pugno di attori e personaggi della cultura, come il professor Alberto Abruzzese e il giornalista Andrea Purgatori a essere della compagnia.La storia, in un pulito, geometrico bianco e nero, perché la metafisica non ha colori, è quella di un aspirante giovane scrittore spiantato con fidanzata perbene che una mattina si sveglia disturbato da un fastidioso fischio alle orecchie, quella sensazione che tutti abbiamo provato e di cui non ci si spiega bene l’origine. Non è che qualcuno mi stia pensando? Dai, dammi un numero ed eccoci lì a contare le lettere dell’alfabeto per vedere se.… Esce P? Chi sarà? Paolo o Patrizia? Chissà se davvero, come raccontava la nonna, in quel momento ci stanno pensando e chissà se il fischio sparirà.
Il protagonista – che ha qualcosa in comune con il Tognazzi-Buzzati de Il fischio al naso – non ricorre al vecchio trucco contadino anche perché contemporaneamente gli casca sulla testa un’altra tegola. La sua ragazza gli dice che è arrivato un messaggio: il suo amico Luigi è morto e la sera ci sarà il funerale. Il suo amico Luigi? Ohibò, questo crea ancora più smarrimento del fischio, perché neanche risalendo fino ai compagni delle elementari si ricorda di avere mai avuto un amico con questo nome.


Da lì in poi la giornata del protagonista prenderà una serie di derive impreviste, facendogli incontrare personaggi stravaganti, un paio di medici che irridono il suo banale problema, la moglie del suo vecchio professore d’università che ormai ha perso la brillantezza degli anni dell’insegnamento, la direttrice di un giornale molto radical che lo vorrebbe per una rubrica di filosofia molto smart, per un nuovo supplemento molto trendy, la madre innamorata di un giocoliere di strada e un prete che deve tenere un funerale in una chiesa in cui è in corso una derattizzazione e dove tutto è impacchetto come in un’opera di Christo, non quello dei Vangeli, l’altro.


Daniele Parisi
– al suo esordio sul grande schermo e molto bravo e molto in parte – è spettatore sempre più smarrito della vita, della città e degli incontri, e da ognuno trae qualche dritta su come vivere. Forse l’esistenza non si può spiegare e bisogna accettarne anche gli aspetti più inaspettati, perché questa è la condizione umana. Dopotutto lui non ha studiato filosofia per caso…
Un film dal tessuto impalpabile solo in apparenza, perché invece esprime uno sguardo metafisico sul mestiere e sul mistero del vivere, su quella forza vitale che così spesso viene a mancare quando le nostre giornate si fanno faticose e incolori.


Fra i molteplici pregi, una serie di battute degne della migliore comicità ebraica, a metà fra Woody Allen e Groucho Marx, personaggi che diventano caratteri e mai macchiette e attori di nome, complici raggianti dell’operazione perché tutti sanno riconoscere quando un film ha l’anima. Il delicato velo di malinconia che ci avvolge sui titoli di coda riesce persino a renderci migliori.
Insomma, certo, è un piccolo film ma ci sono anche piccoli capolavori.
In nota vale la pena sapere chi è Alessandro Aronadio.

IL REGISTA – ALESSANDRO ARONADIO
Dopo essersi laureato nel 2001 in Psicologia a Palermo con una tesi sul Doppio nel cinema di David Cronenberg, Aronadio è l’unico vincitore italiano della borsa di studio Fulbright “Sergio Corbucci” per un Master in regia cinematografica presso una scuola americana di cinema (con una lettera di presentazione di Giuseppe Tornatore). Si specializza in regia con il massimo dei voti presso la Los Angeles Film School ad Hollywood alla fine del 2002. Tra i suoi insegnanti, il regista e produttore Roger Corman, il direttore della fotografia Janusz Kaminski – direttore della fotografia dei film di Steven Spielberg – l’attrice Faye Dunaway e Donn Cambern, montatore di Easy Rider.
Assistente e aiutoregista in diversi lungometraggi sia in Italia (Luc Besson, Giuseppe Tornatore, Mario Martone, Roberto Andò, Roberta Torre, Ciprì e Maresco) che negli USA, dirige quindi cortometraggi, spot, videoclip, documentari, presentati in diversi festival e vincitori di numerosi premi.
Nel 2010 Due Vite per Caso, la sua opera prima per il cinema, distribuita dalla Lucky Red, è stata l’unico film italiano selezionato in competizione al Festival di Berlino. Il film è stato quindi selezionato in più di cinquanta festival internazionali, vincendo una quindicina di premi tra cui un Nastro d’Argento a Isabella Ragonese, due premi Susan Batson a San Francisco come migliori attore e attrice protagonista, il premio come migliore film al festival Maremetraggio di Trieste.
Nello stesso anno esce in libreria, edito dalla Bietti di Milano, il suo saggio dal titolo Lo strano caso del dr. David e di mr. Cronenberg – saggio sul Doppio nel cinema.
Nel 2011 Aronadio è tra i fondatori del Kino, cineclub di Roma che ha da subito conquistato rilevanza e interesse a livello nazionale e internazionale.
Dal 2012 tiene lezioni e corsi per la Scuola Holden di Torino, la LUISS, e per diverse Università Americane a Roma, tra cui la Washington University, NYU, Cornell University, California State University, De Paul University, Monash University.
Sceneggiatore per cinema e televisione, ha recentemente scritto Che vuoi che sia di Edoardo Leo, prodotto dalla IIF e Classe Z di Guido Chiesa.

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