I continui rimandi ad altre pellicole dello stesso genere e le innumerevoli citazioni di scene famose del passato fanno pensare a un lavoro impastato più con furbizia commerciale che con un’autentica passione cinefila. Così viene il sospetto che 13 nomination agli Oscar siano troppe
13 candidature: uno sproposito, solo una meno del Titanic, tante quante Via col vento. Eccole in ordine: miglior film, regia, attrice Sally Hawkins, attore non protagonista Richard Jenkins, attrice non protagonista, Octavia Spencer, sceneggiatura originale, costumi, scenografia, sonoro, fotografia, colonna sonora originale, montaggio,
Devo essere sincera? Il film è bellissimo, ma 13 candidature sono esagerate. Cerco di spiegarvi il perché. Tutto nel film è perfetto, ma tutto è anche molto già visto e impastato con una furbizia più commerciale che sgorgata da passione cinefila.
La vicenda, in sintesi, è quella di una giovane donna muta che fa le pulizie in un centro di ricerca spaziale, negli anni della Guerra Fredda. Un luogo che è un misto di Nasa e Area 51, quel luogo leggendario in Nevada dove si studiavano le forme di vita extraterrestri. O eccentriche. Infatti la protagonista scopre incatenato in una vasca una creatura rapita dalla foresta amazzonica dove era venerata dagli indios come un dio. L’essere che assomiglia al Mostro della laguna nera (vedi film) ma che ha tanti punti di contatto con Frankenstein (vedi film e libro) viene studiato, torturato e maltrattato, sfruttato con disprezzo razzista (vedi mille riferimenti) in quella folle corsa alla conquista dello spazio che in quegli anni metteva in competizione gli Stati Uniti con l’Urss.
Ovviamente la donna delle pulizie farà di tutto per liberare il mostro.
Già da queste prime righe potete capire come non manchino i rimandi, ai quali ne aggiungo uno, fortissimo: l’ambientazione, Anni 60, abbiamo detto, è debitrice a Il meraviglioso mondo di Amélie (e a tutti i film di Jean-Pierre Jeunet) di cui replica il gusto vintage senza tempo, radicato in un’estetica che contamina gli Anni 50 con gli Anni 30.
Quello che più mi ha colpito nel film è la forza con la quale denuda le “censure” tradizionali del genere horror/fantasy. Qui i personaggi lasciano affiorare tutte le loro mostruosità, che sono poi quelle differenze che li rendono altro rispetto al resto del mondo e che fanno di loro degli emarginati in perenne fuga e esilio. La protagonista è muta, la sua migliore amica nera, il suo migliore amico omosessuale, il militare è uno stupratore e il mostro – vivaddio! – ha una vita sessuale dotato com’è di un molto ben funzionante sesso retrattile.
In questo senso l’operazione compiuta da Del Toro è la stessa fatta da Todd Haynes in Lontano dal paradiso, dove aveva svelato tutti i segreti che nei melodrammi di Douglas Sirk erano impliciti taciuti, nascosti.
A ripensarci quello che mi ha guastato la visione del film, che ha mille qualità, lo ripeto, è stato proprio questo gioco del disvelamento, così esplicito da risultare scontato.
Ma la scena finale con un’altra magnifica citazione da L’Atalante di Jean Vigo ha riscattato tutto e ha fatto a brandelli le mie resistenze. Benché 13 nomination siano troppe…
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