Con la sua associazione “Senza veli sulla lingua”, l’avvocato anglo-italo-yemenita Ebla Ahmed negli ultimi quattro anni è riuscita a salvare centinaia di italiane e straniere maltrattate dai loro partner. Ma, dice, c’è ancora molto da fare. E le cronache di questi giorni lo confermano
Con la sua associazione no profitSenza veli sulla lingua conduce una battaglia senza sosta contro la violenza sulle donne, un tema che purtroppo è di stretta attualità in queste settimane, coi giornali costretti a riportare notizie di stupri ignobili e particolarmente feroci ai danni di giovani donne indifese. Ma c’è chi non si arrende alla brutalità e lei è una di queste persone. Grazie al suo impegno quotidiano, l’avvocato anglo-italo-yemenita, Ebla Ahmed negli ultimi quattro anni è riuscita a salvare centinaia di donne italiane e straniere maltrattate dai loro partner. Perché spesso la violenza contro le donne nasce in casa ed è tremenda anche quando non finisce in prima pagina.
Ebla, la violenza di genere sta diventando una vera e propria piaga sociale: nel 2016 le donne uccise da un uomo con cui avevano avuto legame affettivo o famigliare sono state in tutto 120. Voi cosa fate di concreto per aiutare le vittime?
Chi si rivolge a noi riceve assistenza totalmente gratuita a 360 gradi. Abbiamo infatti un team di legali altamente qualificati, tra cui Alessia Sorgato, Daria Pesce e Massimo D’Onofrio, oltre a mediatori culturali, alla professional counselor Annalisa Cantù (che tiene anche una rubrica su Signoresidiventa: https://signoresidiventa.com/se-ragioni-troppo-non-ami-davvero/) e a psicologi, commercialisti, e perfino dentisti e chirurghi per la ricostruzione facciale. Inoltre disponiamo anche di alloggi in cui si possono rifugiare le donne la cui vita è in serio pericolo. Infine, siamo anche in grado di dare supporto economico a coloro non sono in grado di mantenersi da sole e le aiutiamo a cercare lavoro. Il nostro obiettivo è ridare una vita a queste persone facendole riappropriare della loro dignità.
L’altro vostro obiettivo dichiarato è quello di ottenere l’inasprimento delle pene. Ci spieghi meglio.
Siamo convinti che se ci fossero pene più severe, gli uomini ci penserebbero due volte prima di usare la violenza o, peggio, di commettere un omicidio. Anche i provvedimenti contro gli stalker non bastano. Il sistema normativo permette troppi sconti per chi si macchia di questi reati. Infine lo stato dovrebbe prendersi in carico il destino delle vittime che sono lasciate sole. Per esempio, che fine fanno i bambini la cui madre è stata uccisa dal partner?
Chi ha bisogno di aiuto come può contattarvi?
Basta andare sul nostro sito web www.senzavelisullalingua.com o sulla nostra pagina Facebook. Inoltre abbiamo aperto sei sportelli in diverse città italiane: due a Milano e gli altri a Roma, Rimini, Prato e Varedo, in Brianza.
Il Wall of Dolls di Milano, il muro delle bambole realizzate dalle associazioni che si battono contro la violenza sulle donne e da vittime della stessa violenza
Lei è musulmana. E’ per questo motivo che all’associazione è stato dato il nome Senza veli sulla lingua? C’è un riferimento alle donne islamiche che si coprono il viso?
No. Il velo è solo il simbolo del silenzio e dell’omertà di chi subisce le angherie del proprio partner senza fiatare. Ed è proprio questo velo che va sollevato e buttato via.
Siete operativi dal 2013 e finora avete salvato circa 400 donne. Si tratta solo di italiane o ci sono anche straniere?
Per la maggior parte si tratta di italiane. Le straniere rappresentano circa un terzo del totale, di cui la metà musulmana. Questi numeri dimostrano che la violenza non ha né razza né religione e smontano il luogo comune che c’è in Italia secondo cui i musulmani tratterebbero male le donne. Nell’Islam la donna è sacra.
Eppure nei Paesi Islamici la donna ha una posizione di inferiorità rispetto all’uomo. Suo padre era musulmano: che educazione ha ricevuto da lui?
Se le donne nei paesi islamici si trovano in condizioni di inferiorità, è colpa della politica, non della religione. Io, infatti, sono la dimostrazione che esistono le musulmane emancipate. Mio padre mi ha dato un’educazione molto aperta: mi ha sempre lasciata libera di fare quello che volevo e di professare la religione che più mi piaceva. Ero molto legata a lui. Dopo la sua morte, decisi di lasciare Londra dove stavo lavorando come avvocato matrimonialista per un importante studio legale e di ritornare in Italia per avvicinarmi ai miei nonni che vivono a Salerno.
Lei è una donna molto coraggiosa. In passato ha anche ricevuto delle minacce dopo aver pubblicato il libro L’amore ai tempi di Bin Laden, ma la paura non l’ha scoraggiata.
Sì. Ho raccontato di come le donne musulmane, nonostante le restrizioni a cui sono sottoposte nei loro Paesi, riescano a ritagliarsi degli spazi di libertà. Le mie parole non sono piaciute ad alcuni fondamentalisti pachistani che mi hanno minacciato. Ma io non temo gli esseri umani, ho timore solo di Dio.
Ha anche una figlia piccola, Aida, di due anni. Come fa a conciliare il lavoro in associazione con gli impegni famigliari?
Non è facile, ma ci riesco. Seguo tutti i casi personalmente e mi assicuro che tutte le donne che si rivolgono a noi vengano assistite con la massima attenzione e serietà. Per me la vita di queste persone è sacra.
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