RIFLESSI DI CINEMA

“La paranza dei bambini”, dove il boss della mafia è un minorenne

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Il film di Claudio Giovannesi, tratto dal libro di Roberto Saviano, è una sorta di Gomorra nella quale i protagonisti sono adolescenti e ragazzini, e fa male proprio perché quello che racconta non sono fantasie, ma la realtà

 

LA PARANZA DEI BAMBINI

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tratto da La paranza dei bambini di Roberto Saviano edito per l’Italia da Feltrinelli

un film di CLAUDIO GIOVANNESI
con FRANCESCO DI NAPOLI, AR TEM, ALFREDO TURITTO, CIRO PELLECCHIA, CIRO VECCHIONE, MATTIA PIANO DEL BALZO, VIVIANA APREA, ANIELLO ARENA, PASQUALE MAROTTA, CARMINE PIZZO, LUCA NACARLO
con la partecipazione straordinaria di RENATO CARPENTIER

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Anni fa, a Taormina, mi è capitato di chiacchierare con il barman di un Grand Hotel. A un certo punto mi dice: “Sa, mio figlio ha 16 anni e purtroppo è molto bravo a scuola, soprattutto in matematica”
Purtroppo, penso e dico io. Purtroppo in che senso? La risposta è stata spiazzante nella sua drammaticità senza appello: “Sa, quelli bravi vengono subito reclutati dalla mafia: nessun altro lavoro paga quello che pagano loro. E tanti ragazzi rispondono”.

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Giovani assoldati come nuove leve, per gestire i soldi, per rinnovare l’organizzazione con linfa vitale giovane. Perché la mafia non è l’arcaico, la mafia si adegua ai tempi. Se il denaro si fa con la droga e i sequestri, a questi si rivolgerà. Se invece si guadagna di più con spericolati giochi finanziari, nessun problema, si arriva lì che è anche meno pericoloso. La mafia non sparge sangue per diletto, lo fa solo se serve davvero, perché un morto ammazzato è solo una grana in più.
Ho pensato più di una volta allo sguardo triste di quell’uomo siciliano, guardando il film, il bel film che Claudio Giovannesi ha tratto dal libro di Roberto Saviano, La paranza dei bambini, come a dire la Gomorra dei minorenni. Film verità che fa male vedere, proprio perché quello che racconta non sono fantasie, ma solo la tragica realtà di molti quartieri napoletani. Quelli in cui i giovani e addirittura i bambini vedono come unica strada possibile per vivere e sopravvivere quella criminale.

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Ma a differenza della rigida organizzazione siciliana, la delinquenza campana lascia grande spazio alla “libera iniziativa”, secondo la quale tutti possono arrivare dappertutto. A patto di dimostrare di “avere le palle” e essere i più forti, i più spericolati, quelli che non si fermano davanti a niente e a nessuno.
La guerra dei quindicenni
che rivendicano l’appartenenza al loro quartiere, che sia il Rione Sanità o i quartieri spagnoli, quella che un tempo sarebbe stata l’innocua Guerra dei bottoni o dei Ragazzi della via Paal, adesso si è contaminata con i devastanti giochi dei grandi. Perché la scuola della violenza nutre la mala educacion di questi ragazzi fin dall’infanzia.
L’illegalità è dovunque e dovunque è ritenuta normale. Assieme alla sopraffazione, alla richiesta del pizzo anche al più povero degli ambulanti, allo spaccio in piazze difese con le unghie e le pistole.

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Procurarsi le armi non è difficile e se all’inizio i boss diffidavano secondo antichi codici d’onore dei ragazzini che assieme alle donne non potevano essere toccati. Adesso si sono oltrepassati tutti i limiti e questi Scarface in miniatura si comportano come i boss. Che nei quartieri conoscono tutti e incoscienti, spietati, sono utilissima manovalanza per qualunque occasione. Sono adolescenti che si comportano come i boss, sedotti dalla facilità di guadagnare moltissimo denaro. Da spendere in vestiti molto costosi (pagati ovviamente tutti in contanti), per serate in discoteca a bere champagne e sniffare cocaina, trasformando la paura e la fragilità in aggressività e feroce difesa del territorio.
Ragazzi poco più che bambini che non hanno altri modelli che i boss, il consumismo e la rete, dove si trova di tutto, compreso come usare un mitra.
Il protagonista del film è un bandito bambino che mescola la tenerezza dei suoi 15 anni e l’affetto per la madre e la fidanzata, con una spavalderia che lo porta a maneggiare armi come fossero giocattoli. E a considerare il valore di una vita umana come una pedina di un videogame.

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Unico film italiano in concorso al Festival di Berlino, dà un’immagine terribile del nostro Paese, raccontando un territorio dove lo stato ha rinunciato a ogni controllo e dove ai più giovani manca qualunque modello alternativo. Nel film la scuola, così come ogni altro modello o istituzione, sono totalmente assenti. Una fotografia impietosa e purtroppo vera, servita da un gruppo di attori bravissimi, quasi tutti esordienti, e un regista molto misurato (è lo stesso di “Fiore”) che sceglie un finale emblematico. Un finale che si ferma un attimo prima della catastrofe, un finale in cui a prevalere è lo sguardo etico. Quello che rinuncia alla carneficina e invita invece lo spettatore (e speriamo anche tanti giovani campani) a riflettere. Per convincersi che quella del crimine non è l’unica strada.

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