RIFLESSI DI CINEMA

L’etica di “The dinner”: denuncereste un figlio assassino?

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Torna Richard Gere in un film che mette sotto la lente i valori della famiglia, dilaniata tra il senso di appartenenza a una società civile e l'impulso a chiudersi in se stessa per difendere la propria integrità. Un tema moralmente devastante che apre angosciosi interrogativi

 

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THE DINNER
di  Oren Moverma
con con Richard Gere, Laura Linney, Steve Coogan, Rebecca Hall, Chloé Sevigny
tratto dal bestseller La cena, di Herman Koch
Nelle sale dal 18 maggio
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Un ristorante di lusso con camerieri dai gesti di danzatori che servono piatti belli come opere d’arte e versano vini il cui costo potrebbe mantenere una famiglia di quattro persone per qualche settimana, un ambiente ovattato per gente elegante. Ma tanta bellezza e portate preziose rendono ancora più stridente la devastante miseria interiore che cresce, piatto dopo piatto, fra i commensali: le due coppie sedute al tavolo arrancano in una faticosa messa in scena dove la conversazione arguta è il velo di Maya che nasconde un orrendo segreto. Qual è l’argomento vero di cui devono parlare e a cui faticano ad arrivare? Cosa li spaventa così tanto e quali parole non riescono a pronunciare? Il tabù riguarda i loro due figli adolescenti, cugini, perché gli uomini seduti al tavolo sono fratelli, che si sono macchiati di un orrendo crimine: poche notti prima hanno picchiato e poi, travolti dalla foga della loro bravata da teppisti, dato fuoco a una barbona colpevole di occupare il vano del bancomat dove volevano prelevare del denaro per finire la serata.
E visto che oggi qualunque atto è più importante filmarlo che viverlo, le immagini del loro delitto sono finite su Youtube, anche se i loro visi sfocati non permettono un’immediata identificazione. L’interrogativo morale è: cosa devono fare i genitori? Fino a che punto può spingersi l’istintiva pulsione di proteggere un figlio che contrasta con il dovere civile e morale di denunciare un crimine?


Questo il cuore della storia, tratta dal romanzo dello scrittore olandese Herman Koch (pubblicato in Italia di Neri Pozza) che ha colpito così tanto i lettori e il mondo del cinema, da essere già alla terza trasposizione cinematografica. La prima a opera di un regista olandese (che è fra l’altro lo sceneggiatore di Il colore viola), poi una versione italiana, I nostri ragazzi, di Ivano De Matteo, con Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno e Barbara Boboulova e ora quest’ultima americana, la più spettacolare delle tre.
Ogni regista ha modificato leggermente il plot del romanzo, ma anche variando l’ordine degli addendi il risultato non è mai cambiato e nessuno ha tradito il senso del libro e la domanda per spettatori e regista è la stessa: che cosa siamo diventati? Che cos’è oggi la famiglia e quali sono i rapporti fra figli, genitori e cosa ne è della coppia? Quanto conta l’individuo nella società? A cosa siamo disposti a rinunciare pur di raggiungere i nostri obiettivi? Insomma, bazzecole.

In The dinner l’escalation della violenza dei due ragazzi nei confronti della mendicante fa venire i brividi ed è la fotografia di quel bullismo di cui, nonostante saggi, articoli, inchieste, ancora troppo poco si parla. Il film non giudica e si limita a raccontare, lasciando l’onore delle riflessioni allo spettatore. Così le domande che ci poniamo man mano che la storia prosegue sono molteplici. Che cosa spinge dei ragazzi a sottovalutare le conseguenze delle loro azioni? Non il disagio sociale, perché qui ci troviamo in un contesto benestante. Non la ribellione nei confronti della famiglia, perché non ci sono contrasti. E allora cosa, cosa trasforma adolescenti con belle facce che salutano i genitori con un sorriso e hanno camere perfette? Quale declic li fa diventare dei mostri? Non riusciamo a scoprire le radici di una progressiva insensibilità nei confronti della realtà, un ineluttabile percorso di irresponsabilità, una crescente mancanza di percezione dei rapporti causa effetto, una vera e propria modificazione del Dna che in tanti casi ha annientato la consapevolezza dell’essere uomini e la distinzione fra il bene e il male. Il film non ce lo poteva spiegare e neppure noi ne siamo in grado. Forse, all’origine di questa disfatta, c’è una totale mancanza del concetto di limite che i genitori – e la scuola – non sono più riusciti a trasmettere alle nuove generazioni, ragazzi e ragazze che non temono più le colonne d’Ercole e pensano che tutto sia concesso, che tutto sia dovuto e che tutto si possa pretendere. Ma anche così non possiamo giustificare la catastrofe.
Si guarda il film, si riflette e si resta senza risposte, senza soluzioni alla sconfitta dell’etica.


Sul banco degli imputati il regista mette le famiglie: Richard Gere è un importante politico che sta per raggiungere la carica per cui ha speso tutta la sua vita, supportato da una moglie trofeo che non sogna altro che il successo del marito. ll fratello, ex insegnante cinico e arrabbiato afflitto da un complesso d’inferiorità nei confronti del primogenito, reagisce sentendosi più in gamba e meno corrotto di lui, uomo di successo che detesta e invidia al tempo stesso. Ma quando i due fratelli si confronteranno su come intervenire rispetto al crimine dei figli le cose non prederanno la via più prevedibile.


The dinner è un film americano che assomiglia a uno europeo, mai gridato e capace di porre quesiti etici ancor più che morali, un film che evita le strade facili, che graffia e fa male, che non offre risposte ma mette sul tappeto molte domande. Richard Gere è bravo come mai negli ultimi tempi e anche gli altri sono all’altezza. The dinner fa venire voglia, dopo, di sedersi intorno a un tavolo non per gustare pietanze d’alta cucina ma per parlare. Parlare e ancora parlare, fino ad arrivare a qualche timida risposta per temi così devastanti da andare al di là delle nostre limitate risorse.


Il film ha però un difetto
ed è quello di aver voluto mettere troppa carne al fuoco, rimpolpando la trama di un romanzo già complesso di suo, con approfondimenti che allontanano lo spettatore dal cuore della storia. Ha un lungo intermezzo sulla sanguinosa battaglia di Gettysburg del 1863 “senza la quale gli USA non sarebbero quello che sono ora”, come si dice nel film, una metafora di quella guerra che si sta svolgendo nelle famiglie dilaniate fra il dovere di denunciare i figli e un altro dovere quello di proteggerli e offrire loro la migliore delle vite. O forse quella battaglia sta a significare l’invincibile seduzione che hanno gli americani per ogni tipo di guerra? Il regista insiste sulla psicosi di uno dei fratelli, sulle malattie e aggiunge persino in un sussulto di politicamente corretto un figlio adottivo (e nero) come a voler mettere in campo lo sguardo “puro” dei diseredati, col risultato di appesantire una struttura già greve di suo. Riserve a parte, quello che resta interessante nel film sono quelle atmosfere che rimandano a un’opera per certi versi vicina, Il dio del massacro di Yasmina Reza da cui Polanski ha tratto il bellissimo Carnage. Perché non è mai vano osservare uomini e donne chiamati a scegliere e a denudarsi di ogni difesa.
E peccato che la possibilità di un mondo migliore per questa volta resti ancora solo un miraggio.

 

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