Tutto è perfetto nel film di John Carroll Lynch, che racconta la storia di un ultranovantenne: i dialoghi sono asciutti, le battute fanno sorridere, gli sguardi calibrati dei protagonisti commuovono e la conclusione è poesia
LUCKY
di John Carroll Lynch con Harry Dean Stanton, David Lynch, Ron Livingston, Ed Begley Jr, Tom Skerritt.
Lynch + Lynch, alla regia e fra gli interpreti: nessuna parentela. Il nome del regista non vi dirà nulla, ma se lo guardate in faccia vi verranno in mente almeno dieci film in cui ha recitato, da Fargo a Zodiac a Shutter Island. Dell’altro, David, non serve dire: è il genio che ha diretto Velluto blu, Twin Peaks e mille altre meraviglie. Perché si trovano nello stesso film? Perché sono amici ed è l’amicizia alla base di un film che per me è stato un colpo di fulmine, fin dalla prima immagine. Amico di tutti e cuore pulsante del progetto è Harry Dean Stanton, attore schivo e protagonista di decine di bei film, uno su tutti Paris, Texas: c’è qualcuno che non si è commosso vedendo la telefonata nel peep-show fra lui e Nastassja Kinski?
Luckydiventa quindi il magico crocevia di miti cinematografici, una storia di amicizia e un film di immensa umanità. Al centro della storia c’è Harry Dean Stanton, ruvido novantenne, sia nella vita vera che sullo schermo (morirà poco dopo le riprese, nel settembre del 2017 a 91 anni).
E’ conosciuto da tutti come Lucky perché è sopravvissuto a ogni difficoltà, guerre comprese (era un marine) e da sempre vive un’esistenza pacata in un paesino ai margini del deserto californiano, abitudinaria e senza scossoni, condotta percorrendo un reticolo di strade dove tutti si conoscono da sempre. Ha rapporti bruschi eppure profondi e affettuosi con gli amici, con le donne della sua vita, i conoscenti, scherza coi negozianti, si diverte con le parole crociate, guarda i quiz alla tv anticipando le risposte, visita di frequente il bar, beve senza esagerare, fa la spesa e a casa non ha bisogno di nessuno che lo aiuti. Una vita tranquilla e autentica, sullo sfondo di strade assolate e silenziose.
Ma un giorno gli accade qualcosa di inaspettato: senza un motivo apparente, cade e la caduta è seguita dalla mancata registrazione di ricordi per qualche minuto. Va subito dal medico e il responso è semplice: sta bene, a un controllo superficiale non si evidenza nessuna anomalia e chissà, approfondendo, qualcosa si potrebbe di sicuro scoprire, ma il problema vero è un altro. Lucky ha 90 anni e nessuno è eterno, neppure lui che non ha mai avuto niente per tutta la vita.
Le semplici parole del medico per Lucky, ateo convinto, diventano la rivelazione dell’impermanenza della vita, qualcosa che ovviamente sapeva ma di cui non aveva mai avuto la bruciante, drammatica contezza. Cadere, e succede davvero spesso, ha un significato simbolico importante: non è che si cada e poi ci si senta poco bene, si cade perché in qualche misura è la terra che ti sta chiamando. Gli anni passano e, prima o poi, si cade.
Tutto qui, il film non racconta altro che il senso della vita e della sua fine, in una naturale, inevitabile circolarità, uno degli estremi non avrebbe più significato senza l’altro. Luckymette in scena le svolte, le scelte, i rapporti con gli altri, la consapevolezza dell’esistere, il guardarsi negli occhi, la sincerità che ferisce. Un racconto pudico di rara umanità, arricchito dalla densità delle relazioni d’amicizia fra tutti quelli che stavano sul set e hanno realizzato il film.
Su tutti giganteggia Harry Dean Stanton che si mette a nudo, nel corpo e nell’anima, e che con fiera e al tempo stesso rassegnata conquistata consapevolezza si lascia accompagnare dagli amici di sempre lungo la strada del distacco, verso un addio degno di concludere un’esistenza di cui è andato orgoglioso, un saluto per una vita che gli è piaciuta e che è valsa la pena vivere.
Grande, grandissimo film che si chiude con un finale poetico, l’unico possibile, che spezza il cuore dello spettatore e al tempo stesso lo riempire di calda pietas. Tutto è perfetto, i dialoghi sono asciutti, le battute fanno sorridere, gli sguardi calibrati dei protagonisti commuovono e viene voglia di abbracciarli tutti. Non c’è niente di troppo e niente di troppo poco e tanti tagli di inquadratura richiamano il miglior cinema indi made in Usa. Come definire tuto questo? Una parola c’è: capolavoro. Un piccolo, prezioso capolavoro. Un film imperdibile.
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