RIFLESSI DI CINEMA

Ma voi signore sapevate che Dio è donna e si chiama Petrunya?

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Ecco un film che si vorrebbe etichettare come femminista e invece non è nemmeno femminile: Appartiene piuttosto al filone del cinema etico, quello che ha avuto come maestri illustri Bresson e Kieslowski

Dio è donna e si chiama Petrunya

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Regia di  Teona Strugar Mitevska
Con Zoricanusheva, Labinamitevska Simeon Moni Damevski, Suad Begovski, Stefan Vujisic, Violeta Shapkovska, Xhevdet Jashari

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Il lancio della croce in acqua è una festa tipica dei paesi ortodossi e si svolge il 19 gennaio di ogni anno. A recuperarla per tradizione possono essere solo gli uomini e chi se ne impossessa ha diritto di tenerla per un anno, segno di benevolenza divina e di grande fortuna.
Nel 2019, a Stip, in Macedonia, accadde qualcosa di imprevisto: a buttarsi in acqua e conquistare la croce fu una donna. Partendo da questo episodio vero, la regista macedone Teona Strugar Mitevska scrive e dirige un film asciutto e spaventoso sulla condizione femminile in quei Paesi, mettendoci di fronte a una lunga serie di interrogativi: le tradizioni vanno sempre e comunque rispettate? Quali devono essere i rapporti fra Stato e Chiesa? Quando un evento religioso si trasforma in qualcosa di diverso? Gli altri li lasciamo a voi, perché ve ne verranno in mente di sicuro molti.

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Lontano da ogni tentazione conformista o glamour la regista sceglie come protagonista una ragazza brusca, solitaria e non bella. Petrunya, abituata fin da bambina a gesti rudi, con una madre che non è mai riuscita ad amarla e non perde occasione per farla sentire inferiore. Non si arrende, studia quello che le interessa anche se le materie classiche non sono le più indicate se vuoi trovare un lavoro. Mortificata dall’ennesimo rifiuto dopo un colloquio di lavoro con un principale squallido e molestatore, impacciata in un abito che la madre l’ha costretta a indossare, la giovane donna arriva per caso in riva al fiume, proprio nel momento in cui si dà il via alla sfida per il recupero della croce.

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Il suo tuffo non è una provocazione, non è un grido d’aiuto, non è un modo per attirare l’attenzione, è qualcosa che fa, istintivamente, con naturalezza e chissà forse anche superficialità, senza riflettere. O forse è un atto di libertà. Non sta a pensare al fatto di essere uomo o donna, e neppure alle norme religiose e neanche alla tradizione. Si butta, per recuperare la croce ed è la prima a raggiungerla. E la guerra contro di lei inizia e con questa gli insulti, le calunnie, le vessazioni. E subito  le contraddizioni del potere che esplodono: di che cosa davvero è possibile accusarla? Che cosa ha trasgredito? Qual è la sua colpa?

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Stritolata dai legami corrotti fra polizia e clero, offesa dai ragazzi che ha battuto, c’è lei che dallo smarrimento iniziale assume via via consapevolezza, forza e deve inventarsi un modo per vivere. La questione non è vincere, perché non ci sono vittorie nella giustizia, ma è affermare il suo essere una persona con diritti uguali a quelli di tutti gli altri.
Sarebbe sminuente etichettare questa ottimo lavoro come film femminista e neppure possiamo dirlo femminile: non lo è. Appartiene piuttosto al filone del cinema etico,  quello che ha avuto come maestri illustri Robert Bresson, o Krzysztof Kieslowski.

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Film scarno, con un altro personaggio femminile, una giornalista televisiva (interpretata dalla sorella della regista) che si ostina, contro tutto e tutti, a voler seguire la vicenda di Petrunya perché capisce quanto sia emblematica nel rappresentare l’arretratezza e la chiusura del suo Paese.
Davide contro Golia, ma ancora non sappiamo chi ce la farà. E dire che la Macedonia è a un passo da noi.

 

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