RIFLESSI DI CINEMA

Nathalie e la dolce fatica dei primi 50 anni

di  | 
"Le cose che verranno" racconta la vita quotidiana di una donna, Isabelle Huppert, simile a quella di tante sue coetanee che, arrivate alla mezza età, non possono tirare il fiato. Semplice e commovente

 

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LE COSE CHE VERRANNO – (L’avenir)
di Mia Hansen-Love
con  Isabelle Huppert, André Marcon, Roman Kolinka, Edith Scob, Sarah Lepicard.
Nelle sale dal 20 aprile
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Quanto tempo c’è nell’avvenire? Non lo sappiamo, però, inevitabilmente, supponiamo che col passare degli anni quel tempo si assottiglia, consapevolezza che – per molti, non per tutti – non è una buona ragione per smettere di vivere e di credere che qualche sorpresa la vita ce l’abbia ancora in serbo. O magari non ha più nulla, però quel tempo, poco o tanto che sia, custodito nello scrigno del futuro può diventare lo specchio di quello che noi siamo stati. Uno specchio che aiuta a far bilanci e a consolidare, rivendicare o rinnegare tutto quanto abbiamo costruito. Nathalie, la protagonista di “Le cose che verranno”, titolo meno filosofico e forte dell’originale, fra passato e futuro sceglie il presente e lo vive con la stessa onestà intellettuale che ha perseguito nel corso della sua esistenza. Donna di ideali, comunista in gioventù, insegnante di filosofia, figlia, moglie e madre, è scevra da ogni rigidità e, fedele alla disciplina che insegna, rifugge le reazioni scomposte o istintive di fronte a quel che il mondo le serve sul piatto. Anche quando la pietanza non ha un buon sapore. Anche quando è imprevista. Non si aspetta, per esempio, che il marito con cui ha un rapporto di solido affetto e di densa condivisione intellettuale, la lasci per un’altra donna. Nathalie replica solo con una malinconica osservazione: “Pensavo ci saremmo amati per sempre”. Ma da quel momento in poi si rimbocca le maniche, perché non è che le cose possano continuare come se nulla fosse successo, come invece preferirebbe il consorte, sostenitore di una codarda bigamia come la maggior parte degli uomini.


Purtroppo l’intelligenza e la cultura non garantiscono la felicità, anzi, il più delle volte si mettono di mezzo impedendo di ammorbidire gli eventi.
Nathalie non cerca scusanti, mai, e vive seguendo quello che le sembra giusto. Si occupa della vecchia madre un po’ svitata, legata alla bellezza della sua gioventù d’attrice, cerca di insegnare ai suoi studenti a guardare con occhi limpidi e senza pregiudizi al mondo – ed è questo il suo modo di fare politica – e combatte con grande fatica il tentativo dell’editore della sua collana di filosofia di abbassare continuamente il livello dei saggi, per renderli più popolari.
Nathalie potrebbe apparire fredda, ma non lo è: è solo razionale.


Il film racconta la sua vita quotidiana, simile a quella di tante altre donne che arrivate alla mezza età non possono tirare il fiato perché gli altri – e l’esistenza tutta – premono ancora troppo su di loro. I figli sono più o meno sistemati, ma anche gelosi del suo allievo prediletto, secondo loro “il figlio che lei avrebbe voluto avere”, il marito, andandosene, più che farla soffrire la delude per la sua pochezza e la morte della madre non è una liberazione ma un appesantimento ulteriore, perché quando non puoi più essere figlia, seppure di una madre bambina, non ti resta che diventare madre. Quindi adulta, senza più scusanti.
Dalla madre riceve in eredità un gatto nero dal nome non casuale: Pandora. La micia si perderà in un bosco, ma poi troverà la strada di casa, un po’ come le emozioni traboccate dal mitico vaso che nei nostri tempi un femminile controllato e abituato a gestire l’ingestibile riesce quasi sempre a contenere e far rientrare a casa.


Il film allinea con mano delicata, come fosse per caso, tante minuzie emotive, dalla casa di famiglia in Bretagna con un giardino così amato destinato ad appassire nelle mani della nuova compagna del marito, alla fatica del vivere che si legge negli occhi della protagonista, difficoltà dopo difficoltà. Tratti di pennello lievi, perché a Nathalie non succede nulla di irreparabile e neppure di così inaspettato: è solo lo scorrere della vita.
Eppure l’avvenire è lì, davanti a lei, e che il tempo sia molto o poco – chi meglio di una filosofa ne ha la contezza? – lei lo vivrà e lo riempirà di significati e forse anche con il lusso di una nuova emozione.
Straordinario nella sua semplicità solo apparente, scritto con una cura che commuove, regala alla galleria dei personaggi di Isabelle Huppert un’altra donna vera nella sua complicata complessità. L’avenir. Ma avrebbe potuto intitolarsi anche “La vita, semplicemente” .

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1 Commento

  1. Cristina Bianchi

    21 Aprile 2017 at 10:14 am

    Sono d’accordo completamente con questa bellissima recensione. Bellissimo film che ho segnalato anche su OGGI, il settimanale delle famiglie italiane. E la famiglia, in qualunque forma si dia, si regge anche sulla fatica e la passione delle donne.

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