RIFLESSI DI CINEMA

Non perdetevi “Martin Eden”: è un vero e proprio capolavoro

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Il regista Pietro Marcello ha fatto una scommessa e l'ha vinta: aver preso un grande romanzo, scritto da Jack London e uscito a inizi 900, essersene impossessato e averlo usato per un film che parla dell’oggi

 

MARTIN EDEN

martin eden locandina

un film di
 PIETRO MARCELLO
scritto da MAURIZIO BRAUCCI e PIETRO MARCELLO
con 
LUCA MARINELLI
JESSICA CRESSY, VINCENZO NEMOLATO, MARCO LEONARDI, 
DENISE SARDISCO, CARMEN POMMELLA e 

con la partecipazione di
 CARLO CECCHI

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Basterebbe una sola frase: correte subito a vederlo! Prendetevi poi il tempo per far sedimentare tutto quello che avete visto e avrete voglia di pensarci a lungo.
Martin Eden è un film importante, in assoluto stato di grazia. Dove cultura, tradizione, politica si fondono con la storia personale del regista, in nome di un possente bisogno etico di capire il mondo e, come si sarebbe detto un tempo, fare anche qualcosa per cambiarlo. Pietro Marcello usa le armi che ha a disposizione, il cinema, senza venire mai meno, in una produzione molto più ricca dei lavori precedenti, al suo sguardo personale, che non si rifà a niente e a nessuno, che non cede ad alcun vezzo e tiene fede in ogni inquadratura a uno stile ormai inconfondibile.

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Storia letteraria, per Jack London autore del romanzo, uscito a inizi 900. Storia cinematografica per Pietro Marcello che lo ha liberamente trasposto sullo schermo, ambientandolo in una Napoli dove niente è folklore né cartolina né già visto, ma tutto è filtrato attraverso la macchina da presa di quello che è da oggi uno dei grandi registi italiani.
Sia per London che per il regista casertano la storia di Martin Eden è ricca di riferimenti autobiografici. A cominciare dalla voglia disperata di emancipazione e successo, conquistati attraverso la fatica quotidiana e dove nulla è regalato.

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Farcela è faticoso, e chissà se ne vale alla fine la pena, chissà quanto l’emancipazione implica il compromesso e la rinuncia conseguente a ideali e sogni. Farcela può trasformarsi in disillusione, frustrazione e persino nichilistica autodistruzione. Impresa coraggiosa per un autore di nicchia abituato a produzioni di basso budget, confrontarsi con il grande cinema e con uno scrittore come London. Ma Marcello ce l’ha fatta, realizzando un film imperdibile e di una potenza rara..

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Martin Eden (Luca Marinelli da premio) è un marinaio napoletano generoso, intelligente con un futuro segnato, finché l’incontro casuale con una famiglia borghese lo trasforma: si innamora della bella educata giovane aristocratica Elena (Jessica Cressy) e per averla pensa di dover diventare come lei. A volte in amore capita di fraintendere, in realtà non amiamo l’altro, è che ci ammalia perché vorremmo essere come lui. Questo accade in particolare quando fra due persone ci sono troppe differenze, di classe sociale, di cultura, di talento. Ma non è il caso di far psicanalisi, meglio tornare al film.

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Martin, dunque, per essere “degno” di Elena, comincia da autodidatta (“devo farmela a piedi questa strada per l’istruzione”) a leggere tutto quello che trova, a pensare, a comportarsi secondo i dettami di quell’educazione così lontana da quella dell’ambiente da cui proviene. Si impegna per ribaltare il destino che prevedeva per lui lavori di fatica in stive o in fonderia e fa di tutto per diventare uno scrittore. Non demorde neppure quando i suoi manoscritti sono rispediti puntualmente al mittente e lui non sa più come sbarcare il lunario. Mentre Elena lo segue, innamorata, severa, implacabile e irraggiungibile. La scalata sociale è una scalata culturale e emotiva, con inciampi politici, dove l’equilibrio fra giustizia sociale e individualismo, fra meritocrazia e attenzione ai disgraziati della terra non trovano mai una via d’uscita.

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La storia e le illusioni di Martin Eden sono le stesse del ‘900, “il secolo breve” in realtà lunghissimo perché ha anticipato tutto quello che oggi accade e non sappiamo affrontare né tantomeno risolvere.
Pietro Marcello per raccontarlo nel suo teorema narrativo fa muovere il suo antieroe in uno scenario fluido, magmatico privo di un tempo preciso. Sullo schermo, girate in formato vintage, 16 mm, passano con naturalezza scorci dei primi del 900, degli anni venti. Ma anche degli anni Cinquanta e persino Settanta fino a frammenti contemporanei. Tutto ha un senso, tutto trova la sua collocazione in una narrazione ricca, fluttuante e coerente, in cui ogni inquadratura è pensata e spesso ammalia con un gioco di sfocature che allontana brechtianamente lo spettatore per stimolarne la riflessione.
Marcello è talmente addentro al suo fiammeggiante progetto che non rinuncia a qualche autocitazione (la campagna di Bella e perduta, il mondo industriale di La bocca del lupo), ma non è compiacimento. Il suo, è piuttosto il percorso inevitabile per portare a compimento un’idea di cinema, di politica, di mondo

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Con la stessa abilità, che però non è mai mestiere fine a se stesso, utilizza spezzoni d’archivio e citazioni “colte” (in apertura un filmato di repertorio del primo maggio del 1920 con l’anarchico Errico Malatesta, poi letture di brani da pietre miliari del 900 come Vladimir Majakovskij, Stig Dagerman, Nora May French, Simone Weil e Eliot). E persino inserti seppiati, finti storici girati da lui stesso, mentre per la parte politica entrano in campo operai, sindacalisti, fascisti, scioperi, braccianti di colore. Le teorie evoluzionista di Herbert Spencer, il nichilismo individualista e tutti i conflitti di un uomo onesto. Eppure nulla è erudizione, nulla appesantisce quella che è una meravigliosa storia da cinema.

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La scommessa è vinta: aver preso un grande romanzo, essersene impossessato e averlo usato per parlare del nostro presente.
Applausi a Pietro Marcello e che la Giuria della Mostra di Venezia si ricordi di te al momento delle votazioni perché da bell’anatroccolo sei diventato un cigno.

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