Il regista dell’Ultimo bacio racconta la storia della sua generazione, radiografata attraverso momenti diversi che quindi sprigionano emozioni diverse. Che sono quelle di chi oggi viaggia attorno al mezzo secolo
GLI ANNI PIù BELLI
regia diGabriele Muccino con Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Claudio Santamaria
Quali sono gli anni più belli? Quelli della giovinezza o quelli che ancora devono venire? Comunque sia, è la nostra vita. Gabriele Muccino ha un tocco tutto suo nel raccontare storie. Un tocco fatto di emozioni, a volte fin troppe, lacrime, parole sussurrate e spesso gridate. Nostalgia e rimpianti, dolori, sbagli e la vita abbracciata nel suo fluire. Una vita in cui non mancano gli inciampi ma che forse anche per questo amiamo sopra ogni cosa.
In fondo il regista dell’Ultimo bacioracconta sempre la stessa storia, caratteristica nobile di molti autori. Racconta quello che conosce meglio, la storia della sua generazione, radiografata attraverso momenti diversi che quindi sprigionano emozioni diverse.
Quest’ultimo appassionato film è una summa di tutto quello che ha filmato nel corso della sua carriera, ed è come se allargasse lo sguardo abbracciando tutto quello che ha vissuto finora. Lo fa raccontando le vite di quattro amici nel corso di quarant’anni. Tre ragazzi e una ragazza, adolescenti negli Anni 80, che hanno cercato ciascuno a suo modo di trovare un senso all’esistenza. Chi ricorda il capolavoro di Ettore ScolaC’eravamo tanto amati, con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli, non potrà che ritrovarne l’eco nella struttura del film di Muccino, provando una bizzarra sensazione di déjà vuche poi si trasforma in spaesamento e infine, inevitabilmente, in emozione.
L’ispirazione dichiarata è proprio quella (la produzione aveva anche comprato i diritti del film) ma poi la nuova storia prende strade tutte sue. Perché la generazione di chi è nato a cavallo fra i 60 e i 70 appartiene a una generazione perduta, dove le mancanze superano di gran lunga le certezze. I cinquantenni di oggi sono lontanissimi da chi aveva fatto la guerra (come i protagonisti di C’eravamo tanto amati), soffrono complessi di inferiorità nei confronti dei fratelli maggiori artefici del mitico ‘68. Sono troppo vecchi per essersi divertiti nella ubriacatura berlusconiana e si sono trovati impreparati al cospetto della rivoluzione digitale. Ecco allora che la Muccino’s generation è stata costretta a inventarsi la vita come ha potuto, ma del resto è quello che tutti facciamo e non importa l’età.
Ma chi sono i protagonisti di Gli anni più belli? Favino, nato poverissimo, con un padre violento, scala tutti i gradini del successo. Fa un ottimo matrimonio e ben presto smette di essere l’avvocato dei perdenti decidendo di vendersi l’anima per denaro. Kim Rossi Stuart, il più idealista e romantico, resta uno spiantato, ma fedele ai suoi sogni. Ama per tutta la vita una sola donna e diventa insegnante di greco e latino, il suo sogno fin da ragazzo. Claudio Santamaria che aspirava a scrivere di cinema, fallisce su tutti i fronti, dal privato al pubblico. Eppure non si rassegna, indomito combattente dalle armi spuntate. La pirotecnica e fragile Micaela Ramazzotti, rimasta orfana troppo presto, strattonata e sbandata, cercherà affetto e sostegno. Userà il suo corpo per farsi amare, combinerà mille pasticci ma come l’araba fenice rinascerà ogni volta dalle sue ceneri, senza nascondere le sue cicatrici.
Film corale che si snoda nell’arco di 40 anni, come abbiamo detto e alterna la necessità di momenti “storici”, mettendo in scena il movimento degli studenti ormai dimenticato. La pantera, scorci di Tangentopoli e tutte le mode musicali e di costume, a altri molto privati, i più riusciti. Perché Gabriele Muccino le emozioni le sa raccontare, eccome. Vero, in tanti lo criticano e lo criticheranno, perché a volte su questo fronte calca la mano, ma è il suo marchio di fabbrica. Perché il suo è un cinema che si rifà alla commedia all’italiana arricchendola col mélo, che ben si addice alla sua generazione di generosi pasticcioni, di timidi guerrieri.
Si sbaglia nella vita, accidenti se si sbaglia e in tanti momenti è impossibile non riconoscersi nelle vicende dei protagonisti del film, perché quei discorsi, quelle scelte di cui poi ci siamo pentiti, le conosciamo tutti, eccome se ci sono familiari. Quando succede, quando sullo schermo ci si specchia, è anche inevitabile che l’occhio si inumidisca e dovremmo forse vergognarcene? Il cinema di Muccino ha la pelle scoperta, non ha pudore nel mostrare i sentimenti e ci vuole più coraggio a raccontare quelli che non a infilare facili inutili scene di sesso qua e là, cosa che infatti evita e giustamente. Quello che fa più male è mettere a nudo l’anima, non il corpo.
Che dire degli attori? Tutti bravi, giusti, coinvolti e complici con il regista, sia i vecchi sodali (Favino) che i nuovi arrivi (Ramazzotti). Strizzate d’occhio, omaggi, persino alla scena della Fontana di Trevi della Dolce vita e musiche, tante musiche che tutti riconosceranno. E ancora oggetti un tempo culto e oggi dimenticati, come l’abbigliamento che ha segnato il passare del tempo e che ha reso il film un film in costume.
Gli anni più belli sono forse tutti quelli che abbiamo il coraggio di vivere, anche quando non sono i più facili e costi quel che costi, non molliamo.
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