INTERVISTE

Rita Pavone ha l’età per cantare: Abbasso la pappa col pomodoro

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"La sigla del Giamburrasca televisivo mi ha condizionato per anni perché ho faticato a staccarmi da quel personaggio", racconta l'artista in questa intervista a cuore aperto. Nella quale rivela retroscena del passato e progetti per il futuro. In particolare uno che la divertirebbe molto...

 

In questa intervista, Rita Pavone ci racconta, con la consueta energia e voglia di vivere, la sua lunghissima carriera, ma anche cosa vorrebbe fare domani. Perché il futuro non ha età, proprio come il talento che ha reso Rita una delle artiste internazionali più amate e conosciute degli ultimi 50 anni. I suoi fan non hanno distinzioni di sesso e per voi signore le canzoni di Rita sono da sempre degli evergreen che hanno accompagnato la vostra vita. Da quando eravate bambine, passando per l’adolescenza per arrivare fino a oggi, Rita Pavone ha contribuito alla colonna sonora di ognuno di noi, ecco perché la prima domanda cade inesorabilmente nel già sentito:

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Rita Pavone con il nostro Dario Contri

Gianburrasca e Viva la pappa col pomodoro sono state più benedizione o maledizione?
Partiamo da una precisazione: io non sono mai stata “la cantante” di Giamburrasca. Io ho interpretato un personaggio in un film. Questo personaggio è Giannino Stoppani, un bambino di nove anni che cantava alcune canzoni esattamente come ha fatto Julie Andrews in Mary Poppins quando cantava Supercalifragilistichespiralidoso. Casomai, potrei complimentarmi con me stessa per la versatilità, perché io allora avevo già alle spalle canzoni come Non è facile avere diciott’anni, Che m’importa del mondo e Cuore ed ero già stata all’Ed Sullivan Show con Remember me. La famigerata Pappa col pomodoro non era certo un’operazione discografica come Il ballo del qua qua: era una canzone scritta dal maestro Nino Rota, compositore vincitore di cinque premi Oscar, il quale ha scritto tutta la colonna sonora del Gianburrasca  e io sono l’unica cantante nel mondo che cantato ben 31 canzoni sue. Certo, lo sceneggiato televisivo è andato molto bene, e il brano in particolare mi ha dato grandissima popolarità, al punto che ho fatto molta fatica a staccarmi da quel personaggio. Forse il problema è che fisicamente non sono cresciuta più di tanto… Non ho avuto improvvisamente la quarta misura di seno e anche dopo aver avuto due figli continuo a portare la seconda scarsa e quindi forse anche per questo la gente ha continuato a vedermi come quel personaggio. Ma io ritengo di avere fatto un ottimo lavoro, dimostrando di essere un’artista poliedrica, mantenendo la stessa credibilità, sia su ballate struggenti, sia su brani molto divertenti. E ai detrattori che oggi magari pensano di offendermi con battutacce legate alla Pappa col pomodoro, io auguro che possano trovare anche loro una “pappa” sulla loro strada, perché per me è stata indubbiamente molto importante.

Gian-Burrasca
Già alla fine degli Anni 60 però questa popolarità legata al personaggio dell’eterna ragazzina comincia a crearti qualche problema…
Si, soprattutto in Italia. Infatti all’estero non avevo addosso il clichè della “ragazza della porta accanto”. Ero un’artista, che cresceva e si evolveva come tutti. Quindi in quel periodo sono tornata in Francia, da dove peraltro era partito anni prima il successo di Cuore, e ho fatto una serie di cose che sentivo più mie, che appartenevano alla donna che nel frattempo ero diventata. Ho cantato Bonjour la France, scritta da un giovanissimo Claudio Baglioni, che mi ha aperto le porte dell’Olympia, ma anche un album che si affacciava alla neonata discomusic, Dame baby poupèe che mi ha dato grandissime soddisfazioni. In Germania, dove ho lavorato moltissimo, non dovevo combattere con gli stereotipi. Infatti, benché lì uno dei miei più grandi successi fosse un pezzo molto divertente, Arrivederci Hans, nello stesso album erano presenti brani di diverso genere, lenti e più maturi che hanno avuto lo stesso riscontro.


Ed è in questo periodo che nasce in te l’idea di cominciare a scrivere, un percorso che ti porterà a diventare cantautrice…

In effetti già in Francia, nel periodo di Dame Baby poupeè, avevo iniziato a intromettermi nella produzione e negli arrangiamenti. D’altra parte, visto che ero io che “ci mettevo la faccia” nel prodotto finito, mi sembrava giusto avere voce in capitolo. Ma prima ancora, nel 1972, mentre ero in attesa del mio secondo figlio, la RCA mi propose di realizzare un album con Lilli Greco, un produttore che abitualmente seguiva De Gregori, Venditti e Patty Pravo, quindi finalmente qualcosa al di fuori dei soliti schemi. L’album si intitolava Passaggio e anche questo mi piaceva perché, già nel titolo, dava l’idea dell’evoluzione che c’era stata tra la Rita che tutti conoscevano e una Rita più matura, che usciva da quelle canzoni. L’album, che costruimmo tutti insieme in studio, con un lavoro creativo e stimolante, alla fine si compose di 8 brani inediti e due cover di Barry White. Venne realizzato anche un progetto di copertina, sulla quale c’era una mia foto col “pancione” seduta sulla panchina di un parco, altro particolare che rappresentava la nuova Rita Pavone, donna e madre. Purtroppo, inspiegabilmente, la dirigenza della RCA ascoltando il risultato finale decise di non pubblicarlo, dicendo che il disco era molto bello, si avvertiva la “magia” che si era sviluppata durante la realizzazione, ma non c’era un brano trainante per il 45 giri, che ancora aveva tanta importanza in quel periodo. Alcune canzoni uscirono poi singolarmente: Fuggire da qui fu un singolo di buon successo in Germania, che diede anche il titolo a un album, Fumo di legna che venne incisa e pubblicata da Sylvie Vartan, e Non è che un film, che uscì nella mia versione francese e ritornò nell’89 con un remake di Lisa Stansfield, che però secondo me ha molto meno energia e carica della mia versione registrata 15 anni prima.

rita pavone marco piraccini foto

Foto credit: Marco Piraccini

E proprio da questa voglia di far emergere la nuova Rita Pavone si arriva negli Anni 80 a Dimensione donna e Gemma e le altre...
In questi due album, finalmente scrivo quello che canto. In Dimensione donna racconto del mio essere donna, delle cose che sto vivendo, parlo del rapporto con i miei figli. Il disco aveva avuto ottime recensioni, ma soffrì di una cattiva distribuzione che ne danneggiò le vendite. Gemma e le altre invece nasce da tutto quello che le donne si raccontano quando sono tra loro come i problemi dei rapporti di coppia o le sofferenze per il tradimento del proprio compagno. Qui affronto in tempi non sospetti il tema della diversità, proprio in Gemma, brano che dà il titolo all’album. Avevo già affrontato questo argomento qualche anno prima con un 45 giri, Daniele, di cui però le radio e la tv preferirono promuovere il lato B , Adorable 60’s, che era un medley in chiave dance delle mie vecchie hit. Probabilmente perché era troppo in anticipo sui tempi.

Quando riesci ad affermare il tuo nuovo modo di essere artista a tutto tondo però inizia una battuta d’arresto. Come mai?
Non avevo più una grande casa discografica alle spalle, mi venivano proposti pezzi che non sentivo “miei”, spesso scartati da altri colleghi e se proponevo qualcosa di mio dovevo scontrarmi con produttori che volevano stravolgerlo prima di pubblicarlo. Poi ho avuto un grosso problema di salute assolutamente inaspettato che mi ha fatto riflettere sulle cose importanti della vita e, a quel punto ho deciso di smettere. Ho pensato a un farewell tour che ho chiamato La mia favola infinita, nel quale ho salutato il mio pubblico e per otto anni mi sono trasferita in Spagna e sono uscita completamente dallo show business.

Ma alla fine non ce l’hai fatta a rimanerne lontana… Che cosa è successo?
E’ successo che Renato Zero, per festeggiare i suoi 60 anni, aveva organizzato un grande evento a Roma. Mi ha chiamato dicendomi che ero parte della sua vita e che non potevo mancare a questa celebrazione, lasciandomi carta bianca su cosa avrei voluto fare. Io ero decisamente combattuta, ma alla fine, anche incoraggiata dai miei figli, ho deciso di accettare e, quando sono uscita cantando Mi vendo e tutta la piazza mi ha accolta con un boato, ho sentito che il pubblico continuava ad amarmi e che avevo ancora qualcosa da dire!

Rita Pavone foto marco piraccini

Foto credit: Marco Piraccini

Allora potremmo dire che la cover di un pezzo di Renato Zero è stata l’embrione per il comeback con Masters
Forse… perché a quel punto ho deciso di regalarmi un “Signor disco”, reinterpretando le canzoni che avevano segnato la mia adolescenza, degli artisti che mi avevano fatto sognare. La realizzazione non è stata assolutamente facile: dopo aver fatto una prima selezione dei brani, ho dovuto chiedere le autorizzazioni agli autori e poi scontrarmi con gli editori italiani. Soprattutto ho dovuto cercare un arrangiatore che sapesse sposare l’orchestra classica con un sound moderno, e ho trovato Enrico Cremonesi, che avevo visto con Fiorello, e che è stato straordinario. Il disco alla fine è uscito, un doppio cd con le versioni in lingua originale e quelle con i testi in italiano, scritti da me, Enrico Ruggeri, Migliacci e Dario Gay, che hanno voluto collaborare con me a questo progetto.
Le recensioni sono state splendide, e per me è stata una soddisfazione incredibile. Purtroppo l’album non ha avuto la promozione che avrebbe meritato e quindi non c’è stato un grandissimo riscontro di vendite, ma dopotutto questo non era il mio obiettivo primario.


E dopo la soddisfazione del comeback con Masters e il relativo tour, Rita is back, che cosa ci dobbiamo aspettare?

A questo punto ho un sogno: quello di fare un tour nei piccoli club, con un trio di musicisti, per reinterpretare a modo mio i classici della musica swing, che ho sempre amato, da My funny Valentine a I’ve got you under my skin, magari rileggendo in chiave jazz anche alcune delle mie canzoni. Una sorta di progetto parallelo alla mia carriera, un po’ come ha fatto anni fa Lady Gaga con Tony Bennett. Mi piacerebbe chiamarlo Divertissement, perché è una cosa che mi divertirebbe molto e che so piacerebbe molto al mio pubblico, ma anche a chi verrebbe ad ascoltarmi senza pregiudizi, senza aspettarsi il Geghegè o La pappa col pomodoro.

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