Con l’avvio dell’anno scolastico sono stati riattivati i classici canali di comunicazione tra le madri degli alunni: dall’assemblea quotidiana davanti alla scuola prima dell’uscita dei bambini al collegamento permanente online con le colleghe. Per scambiarsi opinioni e infondersi sicurezze
Non occorre aspettare i prossimi dati dell’Istat per rendersi conto che le donne italiane prolificano in età sempre più avanzata, ben oltre i trent’anni, e a volte alla soglia dei quaranta. Per verificarlo, basta recarsi davanti a una scuola elementare all’ora dell’uscita dei bambini. Io lo faccio spesso, perché ho un figlio che frequenta la quinta, e mi piace approfittare di tale piacevole incombenza familiare per condurre uno studio antropologico su queste nuove mamme, che sono come tante di voi e che un tempo sarebbero state bollate come “attempate”, ma che invece oggi si presentano all’apice della forma psicofisica. Merito non tanto – o non solo – della palestra e della meditazione yoga, ma soprattutto della consapevolezza del proprio ruolo.
Il primo figlio, fino a qualche decennio fa, ti capitava tra capo e collo dai 25 ai 30, a volte, se non indesiderato, quanto meno inaspettato (eppure avevamo fatto bene i calcoli, accidenti a Ogino e pure a Knaus), a volte programmato in base alle scadenze del mutuo e alle rate della macchina, a volte voluto con cristiano senso del dovere (data stimata del parto: nove mesi esatti dopo il sì). Oggi, invece, c’è fin troppo tempo per prepararsi, tanto l’orologio biologico non corre più veloce come allora, anche se non ti chiami Gianna Nannini o Carmen Russo. Così, le future mamme, anche prima di rimanere incinte, divorano con ingordigia bulimica ogni tipo di manuale – e ne escono in continuazione, maledetti editori – su come si svezza, si cresce e si educa un pargolo. Personalmente, essendo destinato dalla natura a diventare “solo” un padre, non ne ho mai letto uno, anche perché scarseggiano – benedetti editori – le versioni maschili di questo genere letterario. Ma, sbirciando sul comodino di mia moglie (quando era ancora una futura primipara, ovviamente attempata), ho adottato ideologicamente il saggio – di non ricordo quale autrice, ma meritevole per me del Nobel per la lungimiranza – intitolato Ero una brava madre prima di avere un figlio.
Ed eccolo, quel figlio, già svezzato, cresciuto, in parte educato e ora atteso, come si diceva, dalla mamma davanti alla scuola elementare.
Ed è qui che lei e le sue colleghe e coetanee si confrontano ogni giorno sull’unico tema ammesso e pertinente: i figli, appunto. Non c’è sciagura nazionale, guerra mondiale, scandalo politico o evento sportivo (insomma gli argomenti di cui per lo più trattiamo noi uomini, oltre – s’intende – a un altro che mi guardo bene dal citare in un sito per signore) che possa distrarle dal filone principale. I punti all’ordine del giorno della quotidiana assemblea da marciapiede – absit iniuria – sono inevitabilmente gli insegnanti (“Non vi sembra che la maestra Giovanna quest’anno sia un po’ troppo esigente?”), i compiti da eseguire a casa (“Secondo voi, le migrazioni preistoriche devono impararle a memoria o basta il ragionamento?”) e le attività pomeridiane extrascolastiche (“Se la Piera porta Luca e Giovanni a basket, poi passo io a ritirarli e gli faccio fare anche merenda, mentre la Benedetta preleva Giorgio e Martino a teatro, che poi li accompagna tutti a catechismo la Genny”). Tra le varie ed eventuali possono figurare occasionalmente i pidocchi, le cui scorribande sul cuoio capelluto dei pargoli sono più temute delle orde dei cosacchi di Ivan il Terribile e provocano testimonianze così apocalittiche da far apparire la peste raccontata dal povero Manzoni un malanno di stagione, e le inevitabili feste di compleanno, che – tra scelta della location, stampa degli inviti, colletta per i regali sia per il festeggiando, sia per i festeggianti e studio del personaggio di zucchero da far issare sulla torta (metterci solo le classiche candeline è da morti di fame e provoca irreversibili complessi d’inferiorità nel festeggiando, condannandolo all’isolamento sociale da parte dei festeggianti) – richiedono una preparazione da far impallidire l’Award Academy.
Ma poi, per fortuna, i bambini sciamano fuori e allora l’assemblea si scioglie senza aver deliberato in via definitiva né sulle esigenze della maestra Giovanna, né sulle modalità d’apprendimento delle migrazioni preistoriche, né sul teletrasporto della prole verso basket e catechismo. Ciao, ragazze, ne riparliamo domani. Ma poi eccola, la vera minaccia, inesorabile come una sentenza di Al-Baghdadi: ci sentiamo stasera, sul gruppo mamme di WhatsApp.
Già, perché alla fine la vera ancora di salvezza, l’ansiolitico senza uso di ricetta per la madre di un figlio millennialè questa: la possibilità di restare in collegamento permanente effettivo con le proprie simili attraverso uno strumento del quale si stenta a capire come abbiano fatto generazioni e generazioni di donne a farne a meno riuscendo ciò nonostante ad allevare dignitosamente la propria prole. E’ a colpi frenetici di pollice sulla tastiera dello smartphone che si condividono decisioni e opinioni e soprattutto che si coinvolgono nei dibattiti di cui sopra (compiti, insegnanti, feste di compleanno, eccetera) anche quelle che all’ora dell’uscita da scuola abitualmente sono al lavoro. Il gruppo è attivo h24 come il 118, anche se raggiunge la più alta concentrazione di conversazioni a tarda sera e di primo mattino, quando i segnali acustici di pervenuto messaggio operano più e meglio della banalissima e antiquata sveglia. Ogni brava mamma finge puntualmente di spazientirsi e di giudicare eccessivo e fastidioso il dibattito corale su qualunque argomento riguardante la vita di classe.
Ma in cuor suo si sente rassicurata da quella complicità online, che la fa sentire, appunto, parte di un gruppo coeso e che in qualche modo attutisce la paura per le responsabilità di genitrice perché ragionando tutte insieme si ha meno timore di sbagliare. E non sa che probabilmente, pur con tutte le sue intime e naturalissime insicurezze, sarebbe stata una buona madre, prima dell’avvento di WhatsApp, accidenti a lui e a chi l’ha inventato.
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