Il solito polpettone politicamente corretto che esalta l’eroica aspirazione alla libertà del popola americano? No, perché la pellicola di Spielberg, che riporta alla mente classici come “Tutti gli uomini del presidente” o “I tre giorni del condor”, ha una marcia in più. Che si chiama Meryl Streep
Che piacere godersi un filmone classico, che piacere vedere una storia raccontata come si deve, che piacere avere attori nati per il loro mestiere. Entrate in sala, sedetevi su una comoda poltrona e assaporate un film che fatalmente ve ne farà tornare alla memoria altri, a cominciare da Tutti gli uomini del presidente (omaggiato: in una scena se ne intravede la locandina), I tre giorni del Condor e tutta la sequela di pellicole sulla stampa, da Prima pagina fino al premio Oscar Spotlight: ha prestato a Spielbergil bravissimo sceneggiatore Josh Singerche ha affiancato la squadra storica del regista.
Qual è il segreto che “il potere” non vuole far pubblicare al The Washington Post? I Pentagono papers, un lunghissimo rapporto commissionato da McNamara sulla guerra del Vietnam, dai quali si deduce che migliaia di giovani sono stati mandati consapevolmente al massacro per le solite sporche ragioni di Stato. Non vi dico di più, perché nel film tutta la vicenda, dal coinvolgimento dei politici al ruolo del concorrente New York Timesè raccontata benissimo, utilizzando al meglio i meccanismi della suspence e dello spettacolo (che in Spielberg, imperativo categorico, non difetta mai). In un crescendo di colpi di scena e emozioni si arriva alla fatidica scena finale: le rotative girano, il pezzo osteggiato da Potere e dalla Corte suprema va in stampa, l’ardimentoso cronista al piano di sopra, seduto davanti alla sua macchina da scrivere, si emoziona al tremore che una volta quelle macchine provocavano nei piani alti dei giornali.
E a questo punto il lettore-spettatore smaliziato – e oggi lo siamo tutti – penserà va be’, siamo di fronte al solito polpettone politicamente corretto che esalta l’eroica aspirazione alla libertà del popola americano. E invece no, perché a parte l’interesse civile e politico della vicenda e l’abilità grandiosa nel metterla in scena, qui Spielberg cala due pezzi da novanta, Tom Hanks e Meryl Streep, soprattutto lei, in un personaggio inedito in film di questo genere. Già Hanks nel ruolo del coraggioso seppur ambizioso (che non necessariamente è un difetto) direttore del Washington Postoffre un’interpretazione misurata, molto diversa dalle sue ultime interpretazioni, ma impallidisce al cospetto della forza grandiosa di Meryl Streep che interpreta l’editrice del quotidiano, ruolo che si è trovata a ricoprire, mosca bianca in un mondo maschile e maschilista, dopo la morte del marito. Una responsabilità che sulle prima gestiva con cautela, pensando forse solo a quello che avrebbe fatto il coniuge e che poi man mano per una imprevista evoluzione dei fatti e una sua progressiva presa di coscienza è diventato un mestiere vero, qualcosa che è diventato suo come una seconda pelle.
Eccola la meravigliosa, pacata, riflessiva, aristocratica, benpensante e ricca americana che con un’onestà intellettuale che sarebbe meraviglioso possedesse chi ci governa, a poco a poco inizia a guardare a quel che accade con uno sguardo nuovo e limpido. Sarà così lei la vera forza, il propulsore della ribellione al Sistema, l’eroina che crede nel valore più alto della democrazia e in quei diritti peraltro sanciti dalla Carta americana e da tate Costituzioni eppure così spesso ignorati.
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