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L’amara lezione di “Loveless”, dalla Russia senza amore

Un film straziante nel quale la mancanza di affetto verso un bambino di 12 anni da parte dei genitori si trasforma in un duro atto d’accusa per tutte le ingiustizie e gli egoismi di un mondo che ha bandito la pietà

 

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di Andrey Zvyagintsev
con Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Varvara Shmykova, Matvey Novikon, Daria Pisareva

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Una Russia a cui non siamo abituati, una Russia mai vista finora sullo schermo: niente campagne né povera gente, niente Kgb, nessuna spia, ma un Paese moderno molto europeo, con belle case e professionisti in carriera. L’ambiente è il primo aspetto che colpisce nel film vincitore del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes.
Ma fin dall’inizio il nostro cuore si stringe in una morsa d’angoscia, di fronte a un bambino solo e solitario, prima all’uscita da scuola, attraverso la campagna dagli alberi scheletriti, poi fra le pareti di un appartamento elegante, dove il padre e la madre non gli riservano nessuna attenzione e neppure l’ombra di uno sguardo d’amore.
I genitori sono troppo impegnati nella loro rabbiosa separazione, troppo presi a rinfacciarsi anni di non amore per pensare al figlio dodicenne che è solo un peso per le nuove vite a cui aspirano, tutti e due con già un nuovo compagno e tanta voglia di libertà. L’uomo ha qualche resistenza, la cui causa non è l’amore paterno, ma solo la preoccupazione che la sua azienda, dove domina la morale della Chiesa ortodossa, possa retrocederlo di grado per un divorzio che la religione non vede di buon occhio.

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La soluzione su cosa fare con quel figlio mai amato e mai voluto è semplice: metterlo in un collegio, che è in realtà in un orfanotrofio. Il pianto straziante del ragazzino che, nascosto dietro una porta, ascolta la conversazione dei genitori è devastante anche per lo spettatore. Io, per esempio, che di mio non adotterei neppure un criceto, la notte dopo la visione del film ho sognato di tenere in braccio un bambino a cui non smettevo di accarezzare la testa.

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Quello che Loveless vuole raccontare è preciso nella sua freddezza fin dal primo quarto d’ora, angosciante non è solo il pianto del ragazzino ma anche la totale assenza di sentimenti in tutti i protagonisti, persone senza cuore e senza anima. Non c’è un solo personaggio che dimostri di aver mai provato il calore di un affetto, uno slancio d’empatia. Personaggi incapaci di qualunque emozione, orrendi, crudeli, egoisti che tali restano anche quando il ragazzino scompare (e della sua sparizione i genitori se ne accorgeranno con due giorni di ritardo, distratti da una vita dove il bambino non è mai preso in considerazione).

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Agli inizi esplode solo la rabbia per questo “imprevisto” che complica le loro vite, che spezza i ritmi quotidiani e solo lentamente la misteriosa sparizione cambierà il loro atteggiamento, con un’ansia e una paura dell’ignoto che però mai verranno sfiorati neppure da una briciola di umanità in una società dove la pietà non ha diritto di cittadinanza. La polizia ha troppo da fare ed è esplicita nel comunicare la realtà: o il bimbo tornerà da solo o chissà, la polizia potrebbe al massimo prima o poi ritrovarne il cadavere. L’unico aiuto arriva da un’organizzazione di volontari che cercano i bambini scomparsi, una piaga che affligge la società russa di oggi. Efficienti, ma non in grado di fare i miracoli.

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La mano del regista che ha un tocco fra Bergman e Kieslowski, è fredda, oggettiva, non diversa dai cuori dei protagonisti, ma forse questo è proprio lo sguardo etico necessario per raccontare un mondo senza umanità, dove la molla di ogni azione è il piccolo meschino interesse individuale. La muta scomparsa di un dodicenne – che invece un cuore lo ha – si trasforma in un atto d’accusa per tutte le ingiustizie e gli egoismi di un mondo senza pietà.

 

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