merito dignita
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A 50 anni si può ammettere di aver sbagliato strada e cambiare

E’ un errore aggrapparsi al percorso fatto e combattere qualunque forma di mutamento nella propria vita, quasi che rinnegare il percorso fatto significhi rinunciare alla propria dignità e cancellare i propri meriti

Poi arriva un momento nel quale ci si rende conto di camminare, ma di aver completamente smarrito la direzione. E no, non siamo necessariamente noi, ad aver sbagliato strada. Viviamo una realtà che ci rende capaci di vedere che è la strada, ad essere cambiata e che l’errore, se mai ce ne fosse stato uno, è consistito proprio nel fatto di aver mantenuto la direzione, mentre tutto, intorno, cambiava.

Ma esattamente, qual era l’obiettivo? Qual era la meta?

E perché ancora così tante persone immaginano di doversi aggrappare al percorso fatto, combattendo in maniera cieca qualunque forma di cambiamento? Rinunciare alla propria fatica, al proprio orgoglio, alla strada percorsa della quale non possiamo fare a meno di riconoscerci il merito, dev’essere una pratica davvero troppo difficile. Perché cosa siamo noi, infine, senza quel “merito”? In un mondo mobile, cangiante, qualunque direzione, per certi versi è opinabile e insindacabile al tempo stesso. Sembrerebbe uno scherzo, un gioco di parole, invece è, semplicemente un dato. Pensate anche solo a una serie di lavori, nati e morti nell’arco di mezzo secolo, di pratiche e convinzioni durate una stagione più breve di quella riservata alle hit estive. Possibilmente quindi, non rimarrebbe che cambiare del tutto paradigma, ma siamo in grado? A volte ci vedo un po’ come animaletti in conserva nel liquido intorbidito della nostalgia.

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La necessità di certezze

Forse è la necessità di certezze che non sembrano esistere più, il desiderio di un mondo rassicurante nel quale siamo noi a morire prima di quanto non faccia l’esistenza della quale ci siamo circondati. Ma non è così, ci troviamo costretti a prendere atto del fatto che nulla resiste, che sopravviviamo alla moltitudine di versioni di noi stessi che abbiamo messo in gioco, che le partite vinte non sono definitive, che non ci sono coppe al sicuro su uno scaffale, ma solo cinture che passano di campione in campione attraverso la mano di qualcosa che somiglia sempre più al fato e sempre meno al “merito” al quale ci siamo aggrappati con tanta protervia.

Coltiviamo noi stessi

Personalmente trovo tutto questo magnifico, affascinante, perfino promettente. Certo, sì, anche spaventoso. L’orticello coltivato con tanta cura che svanisce sotto i nostri occhi inorriditi. Eppure non è forse vero che qualunque cosa si può ripiantare, che qualunque possibilità si può ricostruire, se insieme alle rape, alle carote, quella nostra fatica fosse tesa a coltivare anche noi stessi? Ora et labora. A volte immagino che tutta questa paura sia data dal fatto che la parte spirituale sia stata dimenticata, travisata, nel migliore dei casi. Siamo invasi da orde di meditandi adagiati sui compromessi a sostegno di quello che chiamano uno “stile di vita”. Rido male. Quello che chiamiamo stile di vita può essere serenamente tradotto in “preferenze di consumo” senza tradirne in alcun modo il significato. Veramente non abbiamo di meglio da dirci? Consuma et labora.

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La narrazione dei consumi

La narrazione delle vite delle persone sta diventando non più la narrazione dell’esperienza, ma quella dei consumi. Ma l’universo deve avere una sua intelligenza, se consideriamo che ormai perfino il possesso è diventato una forma di schiavitù tragicomica. Quindi, cosa rimane? Rimane quella dignità umana che solo chi non possiede è capace di negare ad altri. Perché aggrapparsi al “merito” in ragione del fato non è affatto dignitoso, rivela la persona incapace di comprendere che la sua esistenza non è commisurata alla grandezza e al numero delle sue carote, ma allo spirito che ha mosso la sua volontà, ai muscoli tesi che hanno forgiato il suo rispetto per una natura cangiante, come la società che viviamo adesso. Non c’è più l’ufficietto sicuro nel quale spendere le proprie ore di noia in attesa delle vacanze, non la casa che un creditore non possa portarci via sotto il naso.

Assicuriamo a noi stessi la dignità

Una grandinata insolente può portarsi via tutto. Lo abbiamo dimenticato e va bene, arriva la storia a ricordarcelo, arriva un mondo instabile che ci lascia nudi e spaventati a ricordare che se qualcosa possiamo davvero assicurare a noi stessi è la dignità. E per quella, non ci può essere una direzione, solo un percorso. E’ una fortuna per molti, essere arrivati alla pensione senza aver dovuto osservare così da vicino questa paura, questo scollamento della realtà dalle illusioni del dopoguerra. Eppure sento parole cattive, all’indirizzo di ragazzi che studiano per anni nella prospettiva di non sapere se, prima ancora che finiscano il loro percorso di studi, esisterà neppure più la posizione per la quale si danno tanto da fare.

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Qual è il vero merito?

Il vero merito sarebbe allora quello di cambiare quel giudizio, di trasformarlo in consapevolezza e di lottare affinché si ricordino in ogni istante della loro vita che la loro dignità non sta affatto in ciò che riescono a raccogliere, ma in quello che sapranno fare di loro stessi e di quella terra sfinita e fragile e che abbiamo lasciato loro. Il vero merito starebbe nel ricordare anche a noi stessi, quella dignità e smettere, per una volta, di difendere la nostra fortuna al posto della nostra umanità.

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