Le complicanze del diabete: cosa succede all’organismo quando la glicemia resta alta per anni e quali sono i danni a reni, cuore, occhi, fegato e sistema nervoso
In Italia, negli ultimi trent’anni, il numero di persone affette da diabete di tipo 2 — una condizione in cui la produzione di insulina è insufficiente a coprire i fabbisogni dell’organismo — è più che raddoppiato: oggi si stima che riguardi circa il 7% della popolazione, ovvero 4,5 milioni di persone.
Una risposta concreta alle esigenze dei pazienti e degli specialisti arriva da tirzepatide, il primo e finora unico farmaco appartenente a una nuova classe terapeutica: quella degli agonisti recettoriali duali di GIP (polipeptide insulinotropico glucosio-dipendente) e GLP-1 (peptide glucagone-simile).
Rimborsato dal Servizio sanitario nazionale, il farmaco stimola la secrezione di insulina e ne potenzia l’efficacia, riduce l’assunzione di cibo e agisce positivamente sul tessuto adiposo, sulla pressione arteriosa e sui livelli di colesterolo. Contribuisce così a ridurre il rischio di complicanze cardiovascolari e renali.
Tirzepatide è impiegato anche in soggetti non diabetici con obesità o sovrappeso, come trattamento farmacologico per la perdita di peso, grazie alla sua efficacia nel controllo dell’appetito e nella regolazione del metabolismo.
DI CHE COSA SI TRATTA
Il diabete è un disturbo che si manifesta dopo i 30-40 anni ed è caratterizzato da elevati livelli di zucchero (glucosio) nel sangue. La causa è dovuta a una ridotta sensibilità all’insulina da parte delle cellule del fegato, dei muscoli e del tessuto adiposo e/o a una ridotta secrezione di insulina, l’ormone prodotto dal pancreas che regola la quantità di zuccheri nel sangue. Il rischio di sviluppare la malattia aumenta con l’età e con la presenza di obesità.
LE CONSEGUENZE
«Le principali conseguenze sono dovute al prolungato mantenimento negli anni di elevati valori della glicemia e della tossicità legata agli zuccheri nel sangue» spiega Gianluca Aimaretti, presidente della Società italiana di endocrinologia, professore ordinario di endocrinologia all’Università del Piemonte Orientale e Direttore del Dipartimento di medicina traslazionale. «Le principali conseguenze riguardano il rene, l’occhio, il sistema nervoso centrale e periferico, vene e arterie, con danni importanti che nel tempo aumentano il rischio di infarto, ictus. Problemi si possono avere anche a livello epatico, alla sfera genitale e al cavo orale. Pertanto, è necessario diagnosticare il più precocemente possibile il diabete per intervenire con adeguati trattamenti, per rallentare o prevenire le complicanze che talvolta insorgono quando ancora il paziente non sa di essere diabetico e non ha disturbi».
SI CURA COSÌ
Il diabete di tipo 2 si cura con la dieta, l’attività fisica e i farmaci che agiscono stimolando la produzione di insulina, che riducono la resistenza di insulina oppure che rallentano l’assorbimento intestinale degli zuccheri. Nelle persone obese si ricorre anche a farmaci che riducono l’assorbimento intestinale di grassi.
NON SEMPRE FACILE DA GESTIRE
I dati degli Annali dell’Associazione Medici Diabetologi rilevano che solo il 56% delle persone con diabete di tipo 2 raggiunge un valore di emoglobina glicata sotto il 7%, primo obiettivo da raggiungere nel controllo della glicemia» dichiara Riccardo Candido, presidente dell’Associazione. «I motivi sono molteplici: diagnosi e inizio delle cure tardive; inerzia terapeutica da parte dei professionisti che non intervengono in maniera precoce e incisiva nelle modifiche delle cure quando il diabete non è ben controllato; difficoltà dei pazienti a mantenere adeguati stili di vita in termini di alimentazione e attività fisica; utilizzo di terapie non sempre efficaci e gravate dal rischio di ipoglicemia; ridotta aderenza dei diabetici alle terapie; difficoltà a livello regionale di mettere a disposizione rapidamente le innovazioni terapeutiche che oggi sono più efficaci; la disuguaglianze di accesso alle nuove cure e tecnologie».
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