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Riascoltate il toccante monologo di Favino al Festival del 2018

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L'attore ha catturato l’attenzione della platea e dei telespettatori, conquistati dalle parole di un testo che arriva dritto al cuore. Scritte nel 1977 dal drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès, sono parole purtroppo attuali che meritano di essere rilette e riascoltate

 

Pierfrancesco Favino torna sul palco dell’Ariston un anno dopo essere stato uno dei conduttori, con Baglioni e Michelle Hunziker,  dell’edizione 2018 del Festival. Della quale si ricorda soprattutto l’emozione che regalò al pubblico con un monologo nell’ultima serata. Una recitazione di altissimo livello che ha catturato l’attenzione della platea e dei telespettatori, conquistati dalle parole di un testo che arriva dritto al cuore. Parole purtroppo ancora decisamente attuali, anche se scritte nel 1977 dal drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès, autore di La nuit juste avant les forêts (La notte prima delle foreste), l’atto unico interpretato magistralmente dall’attore romano, durante l’ultima serata della kermesse sanremese.

favino mon ologo

Parole importanti e profonde in cui l’uomo che parla descrive la condizione di chi deve sempre e solo subire, di chi viene preso a calci in culo, sempre e comunque. Una storia di esclusione che Favino recita con le lacrime agli occhi e che l’attore aveva già interpretato sul palco del teatro Ambra Jovinelli di Roma, un testo profondamente amato da Picchio che a tale proposito in una recente intervista ha dichiarato: “Sono innamorato di questo testo, perché Koltès sceglie di non dare risposte e le sue parole creano immagini, emozioni. Direi che è più vicino alla musica. Racconta una storia che riguarda tutti, il bisogno estremo degli altri, dello stare insieme e, al tempo stesso, l’insofferenza dello stare insieme”.

Eccovi il testo integrale del monologo e il video della performance di Pierfrancesco, meraviglioso interprete di queste parole.

La notte prima delle foreste

Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno,
amico mio

quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così
che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi.
Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia,
mi sdraio e ti saluto’.

Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano.
Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là
vai laggiù, leva il culo da là
e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un’altra parte,
sempre da un’altra parte che te lo devi andare a cercare,
non c’è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c’è
il tempo per spiegarsi e dirsi ‘ti saluto’.
A calci in culo ti manderebbero via, il lavoro sta là,
sempre più lontano, fino in Nicaragua.

Se vuoi lavorare, ti devi spostare, mai che puoi dire ‘questa è casa mia e ti saluto’
tanto che io quando lascio un posto ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia,
sempre di più di quello in cui vado a stare.
Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, tu te ne vai di nuovo
là dove te ne vai sei sempre più straniero,
sempre meno a casa tua.

E quando ti prendono a calci in culo, tu te ne vai di nuovo
quando ti giri a guardarti indietro, amico, è sempre il deserto.
Fermiamoci una buona volta e diciamo ‘Andate a fanculo’
io non mi sposto più, voi mi dovete stare a sentire
se ci sdraiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo
tutto il tempo

che tu racconti la tua storia, quelli venuti dal Nicaragua
che ci diciamo che siamo tutti, più o meno stranieri
ma che adesso basta, stiamo a sentire, tranquilli,
tutto quello che ci dobbiamo dire

allora sì che capisci che a loro non gliene frega un cazzo di noi.
Io mi sono fermato, ho ascoltato, mi sono detto: ‘Io non lavoro più’
finché non ve ne frega un cazzo di me.
A che serve che quello del Nicaragua viene fino qua
e che io vado a finire laggiù

se da tutte le parti la stessa storia.
Quando ho lavorato ancora, ho parlato a tutti quelli
presi a calci in culo che sbarcano qua

per trovare lavoro e loro mi sono stati a sentire.
Io sono stato a sentire quelli del Nicaragua che
mi hanno spiegato com’è da loro

Laggiù c’è un vecchio generale, che sta tutto il giorno e tutta la notta al bordo di una foresta
gli portano da mangiare perché non si deve spostare
che spara su tutto quello che si muove
gli portano le munizioni quando non ce ne ha più.
Mi parlavano di un generale coi suoi soldati
che circondano la foresta

tutto quello che si muove diventa un bersaglio
tutto quello che compare al bordo della foresta
tutto quello che notano che non c’ha lo stesso colore degli alberi
e che non si muove allo stesso modo
Io sono stato a sentire tutto questo e mi sono detto che da tutte le parti è la stessa cosa
più mi faccio prendere a calci in culo e più sarò straniero
loro finiscono qua e io finirò laggiù
laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne
Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: “Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro
se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più
Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi,
voglio l’erba

l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare,
anche se poi mi sparano addosso.

Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca,
ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così
almeno ti avrò detto quello che ti devo dire.

 

 

 

 

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