Una commedia che vede protagonista una psicologa e le difficoltà di svolgere la sua professione in Tunisia, suo paese natale nel quale decide di ritornare dopo gli anni passati a Parigi
UN DIVANO A TUNISI
regia di Manèle Labidi con Golshifteh Farahani, Majd Mastoura, Aïcha Ben Miled, Feriel Chamari, Hichem Yacoubi, Najoua Zouhair, Jamel Sassi e Ramla Ayari
Che cosa è davvero cambiato in Tunisia dopo la primavera araba? Forse non abbastanza, ci dice questo film che per farlo sceglie la strada della commedia, azzardando punte grottesche, qua e là eccessive, perché non trova un equilibrio nel tono. Così anche noi spettatori proseguiamo a scossoni la visione, come la protagonista, quando gira per Tunisi con un camioncino scassato, un mezzo che è stata costretta a comprare, perché la vita per una donna da quelle parti, e nonostante le primavere, facile non lo è per niente.
Selma, francese originaria di Tunisi, si lancia in un’impresa molto audace quando decide di lasciare Parigi e tornare nella città dei suoi genitori per aprire uno studio come psicanalista. Le autorità le mettono i bastoni fra le ruote in tutti i modi, le pratiche burocratiche sono un incubo che farebbe impallidire gli scenari di Kafka, i parenti e tutti quelli che hanno un briciolo di potere le stanno addosso con ossessioni bigotte e maschiliste.
Lei non si arrende, crede nella sua scelta e in una scena in cui incontra fra la realtà e il sogno un uomo che assomiglia tanto a Freud cerca di spiegare soprattutto a se stessa il legame con un paese in cui non ha mai vissuto e il disagio di una francese che non è mai riuscita a sentirsi tale al cento per cento. Si pensa ai confini, all’identità, al melting pot, all’estraneità di chi non si sente al suo posto. Tutto giusto, tutto condivisibile, non si può che stare dalla parte della protagonista, e l’attrice entra pure con passione nella storia ed è anche brava, eppure sono parecchi gli aspetti del film che non convincono. I pazienti che si rivelano inaspettatamente numerosi, a dispetto di chi osteggiava l’idea di un divano a Tunisi, sono una banda di disperati, uno più eccentrico dell’altro fino a punte davvero troppo squinternate per quella che resta una commedia e non un filmetto comico. Ci sarebbe voluto forse più rigore e più coraggio prendendo il tema di punta, senza cercare di alleggerirlo.
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