RIFLESSI DI CINEMA

Il nuovo film di Polanski ci dice: Non smettete mai di indignarvi

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"L'ufficiale e la spia" ripercorre il celebre caso Dreyfus, quando un ufficiale francese venne ingiustamente condannato per tradimento. Ma è anche un invito a lottare sempre per affermare la verità senza paura

 

L’ufficiale e la spia 

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Un film di ROMAN POLANSKI
Con Jean DUJARDIN, Louis GARREL, Emmanuelle SEIGNER, Grégory GADEBOIS
Basato sul romanzo omonimo di ROBERT HARRIS

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Polanski come Hitchcock: fate attenzione, nella scena del concerto (una delle pochissime sequenze “brillanti”) e guardate la fila di spettatori in secondo piano. L’avete riconosciuto?  L’uomo più basso è lui, il grande Roman. Un vezzo. Più volte aveva recitato nei suoi lavori, pensiamo a L’inquilino del terzo piano o alla memorabile sequenza di Chinatown in cui taglia il naso a Jack Nicholson, ma non si era mai lasciato tentare dallo snobismo di un cameo che solo pochi noteranno.

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Cerchiamo ora di fare tabula rasa e di dimenticare le polemiche che hanno accompagnato il film, all’anteprima veneziana. Con quella sconsiderata della presidente della giuria della Mostra del cinema, la regista argentina Lucretia Martel che aveva affermato di non poter scindere l’uomo dall’artista e aveva più o meno detto di non avere nessuna voglia di vedere il film di uno stupratore. Non mi addentro nella polemica, dico solo che dissento, ma qui mi fermo e torno al film (personalmente non penso che Polanski sia uno stupratore, ma lasciamo appunto perdere).
Guarda caso anche L’ufficiale e la spia affronta una storia di (false) accuse, persecuzioni, macchinazioni e ingiustizie. Anzi, forse quello che è per i tempi moderni, dimenticando la mitologia classica, il falso per eccellenza. Un fake ante litteram a cui aveva fatto seguito la più ardita, infuocata difesa, diventato poi un modo di dire: J’accuse.

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Siamo nella Francia del 1895. Alfred Dreyfus, un ufficiale ebreo, accusato di tradimento, viene degradato, incarcerato e confinato all’isola del Diavolo, nella Guyana francese.  Lo difenderà lo scrittore Emile Zola, pubblicando su L’Aurore, una lettera dal titolo emblematico, appunto “J’accuse”, a seguito della quale verrà processato e condannato, ma il vero eroe, l’uomo che da solo combatte contro tutti è un militare, Georges Piquart, il protagonista assoluto di questo severo film.
Il caso Dreyfus, che ha tenuto in ostaggio i francesi per anni è molto complesso e, sulla scorta del romanzo di Robert Harris (da uno dei suoi libri il regista aveva già tratto L’uomo nell’ombra, gran bel film) Polanski ha scelto di far svolgere tutta l’azione all’interno dell’esercito, seguendo la battaglia di Georges Piquart, ufficiale dell’esercito francese promosso capo della Sezione Statistica del controspionaggio. Proprio quella che aveva montato le accuse contro Dreyfus.

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Piquart è un uomo probo che crede nella giustizia, quella vera, che non si lascia intimidire e non si fa condizionare dai pregiudizi, men che meno dai suoi. Gli ebrei in una Francia in cui scorre sangue antisemita, neppure lui li ama, ma mai compirebbe un’ingiustizia nei confronti di uno di loro. Ed è invece proprio l’antisemitismo ad aver giocato un ruolo cruciale nell’affaire Dreyfus. L’antisemitismo mescolato all’ottuso rigore militare della cieca obbedienza agli ordini, alibi per ogni nefandezza, come se ne avrà tragica prova in tutto il Novecento.
Certo, Polanski racconta con grande austerità il caso Dreyfus ma quanto altro attraversa il film, dai prodromi del futuro, inevitabile collaborazionismo di Vichy a un antisemitismo cupo che colpisce i negozi degli ebrei e ancora l’intolleranza che sarà poi dei nazisti con i roghi qui non dei libri ma delle copie di L’Aurore dove in prima pagina campeggia il J’accuse di Zola.

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In un film dove tutto è austero, a cominciare dal titolo. Giganteggia Dujardin nel ruolo di Piquart. Grande attore perfetto nelle commedie e nei drammi, a suo agio quando deve far ridere oppure pensare. Perfetto nelle storie contemporanee e in quelle d’epoca. Più che bravo.  Meravigliosa la ricostruzione della Parigi di fine Ottocento e la meticolosa ricerca dei set, simbolica la claustrofobica sede dei Servizi segreti che “puzzano di fogna”. Non una parola di troppo, mai, e un monito costante per ogni persona onesta.

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Come Piquart avrà il coraggio di dire a uno dei più ostinati mistificatori: “Questo sarà il suo esercito, ma non è il mio”, nello stesso modo ciascuno di noi sarà spinto a opporsi di fronte a un’ingiustizia, dicendo “Questo è il vostro mondo, non il mio”. Un film contro la paura, un film che ci aiuta a non smettere mai di indignarci.

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